Lowboy

Lowboy
È l'11 novembre e Lowboy sta correndo per prendere la metropolitana di New York. È scappato da un ospedale psichiatrico che lui si ostina a chiamare scuola, e Teschio e Ossa - i suoi nemici giurati - lo stanno inseguendo. Ma Lowboy non deve fermarsi, ha una missione da compiere: salvare il pianeta, che si sta surriscaldando sempre di più. Per scongiurare la catastrofe deve perdere la verginità e svuotarsi dall'interno, come in un'offerta sacrificale, spegnendo il calore che cresce. È convinto di poterci riuscire perché – questo pensa - il mondo è dentro il suo corpo e il suo corpo è sprofondato nel mondo. Il suo vero nome è William Heller e ha sedici anni. Lo chiamano Lowboy perché è lunatico, depresso e ama i posti sotterranei, come i tunnel dove i treni sferragliano con il loro variegato e multietnico carico umano. Proprio lì, un anno e mezzo prima, è successo l'incidente che lo ha fatto rinchiudere nel centro d'igiene mentale. Alla stazione di Union Square ha spinto sui binari la sua unica amica, Emily, e solo per un soffio la ragazza non è morta. Ora però Lowboy è tornato a cercarla per portare a termine il compito di cui si ritiene incaricato. Intanto, sulle sue tracce è stato sguinzagliato il detective Ali Lateef, nato Rufus Lamarck White, che lo insegue per tutto il giorno da una fermata all'altra della metro, fra brandelli di umanità in sfacelo. Finché il 12 novembre il destino di Lowboy si compie...
Lowboy parte come la storia di un adolescente strambo al quale la normalità va stretta, per culminare nel dramma di una malattia mentale senza via d'uscita. Perché William è schizofrenico: sente le voci, teme persecutori immaginari, crede di avere un'investitura messianica, e quelle gallerie nelle quali gli piace tanto rifugiarsi sono la metafora tangibile degli abissi interiori nei quali la coscienza sfugge alle minacce della realtà esterna. John Wray ci trascina nell’universo notturno e malato di questo ragazzino bello, intelligente e completamente perso, sbocciato come un frutto bacato nella Grande Mela, la città che ti succhia l'anima. Che sotto la scorza indaffarata e pulsante delle sue strade brulicanti nasconde un microcosmo sommerso di diseredati autoesiliatisi dalla luce del sole. William ha le stesse angosce dei suoi coetanei. Si chiede perché è nato, si sente attratto e spaventato dal sesso, si ribella alle regole degli adulti, ma la sua mente disturbata lo porta a un punto di non ritorno. Un po’ come gli inquietanti giovanissimi di Gus Van Sant, che sullo schermo sorridono come angeli prima di sterminare i compagni di scuola a fucilate. Lo stile sensoriale e umorale con cui Wray racconta questa parabola di gioventù bruciata dalla psicosi suscita sulla pagina scritta suoni e odori, emozioni e allucinazioni, e crea una singolare empatia fra il suo personaggio e i lettori. Insieme a Lowboy camminiamo lungo la banchina dove l'aria di un convoglio in corsa fa turbinare cartacce e bicchieri sporchi. Con lui oltrepassiamo il limite di sicurezza. Guardiamo le rotaie affascinati. E fino all’ultima riga non sappiamo se riusciremo, o vorremo, tirarci indietro in tempo.

 

 

 
 
 
 
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