L'ubicazione del bene

L'ubicazione del bene
Cortesforza è un piccolo comune della periferia di Milano, una zona residenziale “a misura d’uomo”, come recitano i depliant pubblicitari. In questo luogo un tempo riserva di caccia delle nobili famiglie milanesi sono ubicati i beni, ovvero le case, le villette, i giardini, di chi ha creduto ciecamente alle parole degli agenti immobiliari, ai plastici degli architetti e alle ricostruzioni del computer che simulavano “come sarebbe stato”. Ma le simulazioni quasi mai coincidono con la realtà. Lo sa bene Pietro, che decide di dare una svolta alla sua vita e si licenzia. Con i soldi della liquidazione intende aprire una ditta di disinfestazione. Scarafaggi, topi e zecche sono il futuro. Ma il futuro non risponde e si lascia sovrastare da un presente crudele fatto di conti prosciugati e conseguenti decisioni meschine. Lo sanno bene anche le coppie con figli che si incontrano la domenica per andare con la monovolume allo zoo safari. Le mogli sedute dietro con i bambini, i mariti davanti, impegnati a far finta di non accorgersi quanto certe domeniche in tangenziale, con la coda e i rallentamenti, somiglino a un lunedì mattina. A Cortesforza, luogo inventato ma fortemente reale, sembrano tutti soli, chiusi in asfittiche bolle. Sono sole le persone con disagi mentali, come Giovanna, che ha infilato il cane nel forno acceso. Sono soli i giovani manager, che decidono le gerarchie aziendali affidandosi alla ferocia dei rispettivi pesci combattenti, che si sbranano al posto loro. Sono sole le coppie come Gabriele e Silvia, che vedono letteralmente sbriciolarsi sotto gli occhi il sogno di una villetta con giardino, ma anche Monica e Michele, che devono addirittura rinunciare all’album del matrimonio...
I racconti de L’ubicazione del bene si svolgono tutti in questo luogo di “florida rovina”. C’è sempre qualcosa in agguato, nascosto, a minare lentamente ma inesorabilmente i piani di queste vite. Tutto ciò che è umano – e all’umano correlato: amori, felicità, perdite e dolori – sembra esistere solo in quanto connesso a qualcosa di esterno, di artificiale. Quegli stessi artifici che noi stessi finiamo col creare attorno alle nostre esistenze, imprigionandoci. A volte, non sempre e non tutta, la buona letteratura riesce a spiegare la realtà molto meglio di un saggio socio-antropologico o di un’inchiesta giornalista. Il libro di Giorgio Falco ha questo pregio. Con una scrittura asciutta, tagliente, fatta soprattutto di descrizioni capaci di arrivare dentro ogni piega e interstizio, fino a scovare larve di animali e pensieri reconditi, questi racconti sono una sorta di apologia capovolta. Il mondo descritto da Falco non ha infatti nulla di edificante, al contrario, più che di “edificazioni” i racconti ci parlano di decostruzioni, erosioni lente di amori e progetti di vita. Uno degli aspetti più interessanti, e allo stesso tempo inquietanti del libro, è rappresentato da come lo scrittore chiude, o meglio: non chiude, le sue storie. I finali stanno lì, come una nota sospesa, come una mano in levare, come due labbra socchiuse in attesa di una parola che non vuole più uscire.

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