Luce d’agosto

In poco più di un mese, Lena Grove, con la ‘goffa cautela della gravidanza avanzata’, passaggio dopo passaggio, carro dopo carro, arriva in Mississippi. Agosto, fine degli anni ’20. Cerca il padre del bambino che ha in grembo. Viaggia con il nome dell’uomo, Lucas Burch, e a forza di chiedere sente dire che Lucas ha trovato lavoro in un segheria dalle parti di Jefferson. Byron Bunch trascorre il sabato pomeriggio all’impianto della segheria, là dove “l’occasione di far del male non lo avrebbe scovato”. Eppure si ritrova davanti Lena. No, non c’è nessun Burch alla segheria, forse si è sbagliata e ha confuso il nome con il suo. Ma c’è qualcosa in Lena che spinge Byron a dire più di quello che aveva intenzione di dire. Si sono presentati due uomini alla segheria di recente. Uno, alto e silenzioso, lavoratore instancabile, sempre con il solito completo addosso, si fa chiamare Christmas. L’altro fa di nome Brown, una piccola cicatrice bianca vicino alla bocca, cicatrice che Lena conosce bene. In città è un gran parlare di Christmas e Brown. Alcuni sanno che vivono in una casupola nel bosco, nella proprietà della signorina Burden. Quando Lena arriva e incontra Bunch, Jefferson è in tumulto. È scoppiato un incendio proprio nella casa della Burden. Christmas è fuggito. C’è un’altra casa, sempre a Jefferson, “una villetta marrone scortecciata e indistinta”, nascosta dalle siepi tranne in un punto dal quale la finestra dello studio del reverendo Hightower guarda la strada. Bunch e Hightower siedono alla luce della lampada. Bunch racconta al reverendo di Lena Grove. Per qualche motivo può chiedere aiuto soltanto a quell’uomo da venticinque anni nascosto al mondo, nel suo studio ogni giorno ad aspettare che cali la notte sulla strada di fronte…
Si fa male a cercare la sintesi del romanzo di William Faulkner. Meglio sarebbe, se proprio si deve, suggerire nomi di personaggi, azioni, tratti sospesi e tratti di luce in agosto. La luce tra la folla volubile, la luce nella “vita nera”, nel violento ribollire dietro il colore della pelle, la luce del Sud. Il romanzo di Faulkner è un concertare di pulsioni. I personaggi sono pulsioni a contatto con la loro realtà, pulsioni che collidono. Nelle azioni, in ciò che succede, nel tempo e nello spazio, si sfaldano in vortici di immobilità statuarie e fluttuanti pensieri fantasma. Arrivano allora altri personaggi a raccontare. Raccontare formando ciò che è successo e perché è successo. Faulkner combatte con le parole (nell’incontro e nello scontro), e poi in dolce resa ammira Hightower meditare alla finestra e “scomporsi” meravigliosamente o Christmas, Joe Christmas dal messianico cammino nell’Ombra del Negro, correre e fuggire fin quasi annullando il suo io o Byron Bunch e la “marea del mondo” che si abbatte su di lui. Quando succede, la lettura, come la scrittura, lotta, diviene, insegue e coglie altrettanto meravigliata chi racconta nell’atto di osservare una netta luce sulla persona. Un bagliore profondo e preciso, terribile, che subito ritorna a confondersi nella marea.

 

 

 

 
 
 
 
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