Lucertola senza coda

Lucertola senza coda
“Non sono altro che un uomo che è stanco della vita moderna e cerca un rifugio di pace in un luogo in cui non tutto sia in vendita, in cui non sia stato tutto distrutto dal denaro, in cui ci sia tradizione e bellezza, che abbia una struttura solida in cui inserirmi.” Questo è il desiderio inconscio che spinge Muñoz-Roa,  ex pittore, a lasciare la casa di Barcellona nella quale si era autorecluso. In compagnia della cugina-amica-amante Luisa, intraprende un viaggio in macchina per la costa catalana, per scoprire con delusione crescente che niente è più come prima. Non lo sono i paesini corrotti dal boom turistico,e non lo è la gente, ansiosa di disfarsi di tutto ciò che vecchio e di accogliere a braccia aperte una modernità fatta di hotel orribili e insegne luminose. È il caso che guida la strana coppia (Muñoz-Roa ancora segnato dal suo “suicidio artistico” che l’aveva portato a escludersi dal movimento informalista rinunciando così al successo e alla fama,  e l’affascinante Luisa, in convalescenza dopo un cancro) verso il paesino di Dors, un luogo che ancora preserva un’autenticità antica, uno spirito puro. In breve Muñoz-Rua decide che è quello il posto in cui vuole stabilirsi e si erge a difensore delle antiche case di pietra che lo popolano e di tutto ciò che lì è originale, autentico. Ma la gente del posto è restia ad accettare i valori estetici che il vecchio pittore simboleggia. Per loro quelle case in pietra sono oggettivamente scomode, brutte, il paese vecchio deve essere modernizzato, chissà magari aprendo un ristorante discoteca,  così forse cominceranno ad arrivare turisti, per i quali si potrà preservare qualche scorcio antico da cartolina. In questa sua crociata Muñoz Roa si scontra con Bartolomè, l’uomo più ricco del paese, nonchè proprietario di  quasi tutte le case, imprenditore desideroso di portare la modernità a Dors, costi quel che costi...
José Donoso, scrittore cileno, cominciò a scrivere Lucertola senza coda nel 1973, e l’abbandonò, incompiuto. Fu la figlia, Pilar, che la trovò tra le carte che il padre aveva lasciato alla Biblioteca dell’Università di Princeton, dove aveva studiato. Nonostante sia un’opera che l’autore - un vero perfezionista -  aveva deciso di non far conoscere al pubblico, non possiamo non rallegrarci per il suo ritrovamento. Emerge qui infatti il tratto inconfondibile dell’autore della celebrata Casa di campagna:le sue analisi profonde e disincantate, la sua prosa nitida e incalzante, l’ironia e la malinconia che vanno pari passo nel ritmo veloce della narrazione. Muñoz-Roa è un eroe controcorrente, un paladino della purezza. Come artista si stacca dal movimento informalista (del quale faceva parte Tapies) quando si rende conto della sua progressiva prostituzione per compiacere le logiche commerciali. Questa scelta scomoda lo mette letteralmente alla berlina, e si ritrova solo, in un esilio doloroso. È separato da Diana, una ricca inglese con la quale è in buonissimi rapporti e che praticamente lo mantiene, cosa inconcepibile nella Spagna pre-divorzio descritta in queste pagine. E ha una relazione “proibita” con Luisa, che l’accompagna in un viaggio attraverso  luoghi che esistono solo nei suoi ricordi, fino a Dors, paesino nato dalla fantasia di Donoso. Ed è un’elegia di un passato in via d’estinzione quella che emerge da queste pagine: Dors rappresenta tutto ciò che lui vuole preservare, quasi come se fosse l’ultima fortezza che ancora non si arresa al progresso omologatore che inevitabilmente la distruggerà. Lucertola senza coda pecca di manicheismo e di un eccesso di ingenuità, e senza dubbio non è all’altezza di altre opere di Donoso, ma si tratta comunque di una delle opere più politiche e veementi della sua produzione.  Una  denuncia chiara alla commercializzazione dell’arte ma soprattutto di un paese intero, la Spagna, corrotta e violentata dal turismo e dai soldi, le cui conseguenze sono terribilmente visibili oggi, forse non tanto negli anni settanta. Una bella sorpresa, questo Donoso inedito.

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