Lucia non cade

Lucia non cade

Lucia ha ancora i graffi sul viso e sulle braccia e l’animo squarciato da un colpo netto che le ha incrinato la voce e distorto i contorni, forse per sempre. L’acqua calda non riesce a lavare via l’odore del sangue che le cola tra le cosce, né tantomeno il ricordo seppur sfocato del mostro che l’ha violentata. Si è ritrovata distesa sull’erba, in gola manciate di terra aspra, il respiro azzerato dall’orrore di una notte da incubo. Non sa chi è stato, perché sia successo proprio a lei né come svegliarsi da questo brutto sogno che è diventata all’improvviso la sua vita. Lucia è caduta ma ora vuole rialzarsi, ribattere colpo su colpo e restituire il male ricevuto. Non lascerà che il mostro resti impunito, non sarà solo una delle tante vittime sbattute sui giornali in un trafiletto di “nera” locale. Non racconterà la sua tragedia a orecchie sorde che fanno finta di capire. Vuole piuttosto riparare l’incrinatura della sua anima, rivedere la luce oltre il buio della vergogna. Lucia, vuole vendicarsi…

Una storia di dolore e di vendetta, e un tema come quello della violenza sulle donne che non smette mai purtroppo di essere attuale. Una protagonista che a ventisei anni si ritrova a dare la caccia al suo carnefice in modo affrettato e disorganizzato, salvo poi scoprire che si tratta di Oskar, un diciannovenne viziato cresciuto ad alcol e droghe, con la fissa del porno. Due persone come tante, che si incontrano al bar e neppure le noti, eppure due indivisui unici, che si trasformano in vittima e carnefice l’una dell’altra. “(…) Lui l’aveva scelta a caso, una carta pescata dal mazzo. Come un vestito rubato dal banco di un mercato, fatto a pezzi e gettato lungo la strada”. La banalità del male riletta in chiave da rotocalco, con uno svolgimento tutto sommato avaro di emozioni, se non quelle ovvie legate al fatto violento. Lucia, Oskar, l’amica festaiola Monica: ritratti psicologi abbozzati e risolti frettolosamente, come fossero i protagonisti di un fotoromanzo nero in cui testi non corrispondono alle espressioni sul volto. Uno stile forse troppo politically correct quello di Chiara Borghi, che seppur curato e preciso nella stesura e nella scelta lessicale, non approfondisce a dovere e lascia un che di amaro sotto la lingua.



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