Ludwig

Ludwig
“Gli sta bene, ricordo di avere pensato, è giusto che sia vecchio come una suola consunta, come un uovo marcio, come un ciottolo levigato in un torrente di montagna”. Parlereste così del vostro migliore amico? Probabilmente no, a meno che non fosse successo qualcosa di irreparabile tra di voi.  Ed è proprio qualcosa di irreparabile che rompe per sempre l'amicizia di lunga data tra due scrittori belgradesi, trasformandola in odio. Sì, perché Ludwig e l'io narrante erano talmente inseparabili da aver destato sciocchi sospetti sulla loro eterosessualità nella chiusa società belgradese. Ma mentre Ludwig diventa uno scrittore famoso, idolatrato e venerato, il narratore (chiamato semplicemente S. dallo stesso Ludwig, nonostante questa lettera non compaia affatto nel suo nome) rimane sempre nell'ombra, servendo, aiutando e fidandosi ciecamente dell'amico. C'è lui dietro ai successi di Ludwig, c’è lui dietro alle sue camicie stirate e senza una macchia, c'è lui dietro alle correzioni dei suoi romanzi e ai suoi discorsi. E soprattutto c'è lui dietro alla magnifica opera che ha  portato Ludwig ancora una volta alle luci della ribalta, tanto a Belgrado come in Europa. L'Opera con la O maiuscola, quella che rivoluzionò lo stesso concetto di letteratura, è infatti un'idea di S. della quale Ludwig si è indebitamente appropriato, negando successivamente ogni evidenza. Il castello di carta che racchiudeva la relazione tra i due si sgretola inesorabilmente davanti agli occhi del narratore: l'invidia davanti all'ascesa dell'ex amico e l'impotenza davanti al proprio declino sono solo due ingredienti di una complessa spirale d'odio, davanti alla quale è impossibile non chiedersi chi siano veramente il traditore e il tradito...
Un monologo asfissiante e ininterrotto che svela poco a poco tutti i segreti (o almeno quelli che l'io narrante, barricato nel suo vittimistico punto di vista, è disposto a raccontare) di una relazione morbosa, nella quale nessuno dei due componenti sembra veramente innocente. Poco più di cento pagine che ci mantengono incollati con sapienza ed intelligenza, distribuendo con parsimonia indizi chiave e mescolando abilmente riflessioni sulla natura di Belgrado e dei suoi cittadini, con ragionamenti sull'essenza e significato della letteratura e della figura dell'autore. David Albahari, scrittore serbo emigrato nel 1993 in Canada, ha scritto un gran bel romanzo: la litania del narratore, con il suo rancore così perdonabile e con le sue bassezze così comprensibili, ci mostra una parte scomoda dell'essere umano e ci presenta una vera e propria radiografia dell'odio. Consigliato.

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