Lui è tornato

Berlino 2011. Adolf Hitler in carne, ossa e divisa apre gli occhi in un campo della verdissima capitale tedesca attorniato da giovanotti con le maglie numerate, tra cui un camerata “Ronaldo”. Lo stupore è tutto suo, per i ragazzi è una macchietta caricaturale. Ma che è successo alla sua Berlino? Dov’è Göring? Dov’è Eva? E le bombe? Nelle strade automobili futuriste e ciclisti che sfrecciano con “strani elmetti” sulla testa, pedoni multietnici che “chissà mai quale evento storico avrà portato fin qui!”. Ma è alla prima edicola che il Führer realizza in quale epoca è risorto, la data dei quotidiani parla chiaro. Soccorso e ospitato da un edicolante, viene ben presto notato da un’emittente privata che lo scrittura per la sua somiglianza con l’originale, non solo fisica, perché anche nello stile dei dialoghi e dei monologhi è conforme  al vero dittatore. Quanto a lui, nessuno sforzo: non è una copia, lui è autentico. Gli vengono assegnati ufficio, segretaria e un fantastico apparecchio per consultare il mondo intero, il computer. La scelta dell’indirizzo e-mail risulta alquanto complessa: il vero nome è già stato “occupato” da qualche esaltato, senza possibilità di espropriazione “come invece avrebbe fatto Bormann con l’Obersalzberg, ma lui aveva i suoi metodi”. Per il cellulare, lì sì che può scegliersi la suoneria preferita: la Cavalcata delle Valchirie! Il suo stupore passa dallo spreco del migliore strumento propagandistico, la TV, utilizzata per inutili ricette culinarie e stupidi dibattiti socio-politici, all’assurdità di permettere a un turco di gestire una lavanderia, che “con il nome Yilmaz potrebbe avere giusto un’impresuccia di carretti trainati da asinelli”. Quanto alla donna impazzita che raccoglie i bisognini del cane in un sacchettino, il Führer si domanda cinicamente se sia già stata sterilizzata. In un crescendo di popolarità grazie alle performance radiotelevisive e a YouTube, Hitler non risparmia niente e nessuno nei suoi monologhi, ed ecco che quando afferma che “sulla questione degli ebrei non si scherza”, il pubblico si fa serissimo, pure interpretando in modo diametralmente opposto l’intenzione dell’oratore. Ma ecco il colpo di grazia che porta la sua popolarità alle stelle: l’aggressione da parte di una banda di neonazisti che lo scambiano per un’offensiva copia caricaturale. Ora non solo la solidarietà per il povero malcapitato è completa, ma viene anche corteggiato dai partiti politici che gli offrono una nuova esaltante carriera...
Esilarante, raffinato, elegante, Timur Vermes, per metà ungherese e metà tedesco, sfodera uno humour british a tutto sesto, dove i monologhi attinti direttamente al Mein Kampf e applicati alla nuova prospettiva contemporanea non scivolano mai nel volgare, anche se a tratti un po’ prolissi. Quando meno te l’aspetti arriva la gag, la battuta che scalda e insieme raffredda il lettore, perché lo humour è servito con un contorno cinico e indigesto, dalla risata iniziale si passa alla pelle d’oca per le implicazioni psicologiche legate al pensiero del Führer, che dall’osservazione del nuovo mondo trae conclusioni alquanto bizzarre e sempre in linea con la sua logica originale e perversa. Uno strepitoso libro da non perdere, quindi: l’unico difetto è la traduzione italiana che non rende appieno l’intento umoristico del geniale autore, un vero peccato. Da non dimenticare che il libro ha cavalcato il primo posto nella classifica delle vendite in Germania e questo è un chiaro segnale di come il Paese si sia affrancato dagli schiaccianti complessi legati a un passato scomodissimo, acquisendo una nuova consapevolezza storica con un approccio più distaccato dopo un ricambio generazionale di oltre 60 anni. Inoltre la figura di Hitler qui è il pretesto per introdurre una questione più subdola: l’impatto e la responsabilità degli attuali mass media nella costruzione di nuovi palcoscenici per altrettanti ambiziosi leader e demagoghi. Che Vermes si sia ispirato al fenomeno Grillo? Ne dubitiamo, a quest’ultimo manca anche solo l’eleganza di un Hitler qualsiasi...

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