Lui era mio padre

Lui era mio padre
Autore: 
Traduzione di: 
Genere: 
Editore: 
Articolo di: 

Sono passate appena tre settimane da quando è venuto a mancare suo padre, dopo quattordici lunghi anni di lotta contro il Parkinson. È difficile per Joann sviare la mente da quell’uomo incredibilmente forte e autoritario che gli è morto praticamente tra le braccia: un avvocato e un costruttore brillante e molto in voga, affascinante a tal punto da aver avuto ai suoi piedi una sfilza di amanti giovani, disinibite e sofisticate. Un uomo che oltre che da padre gli ha fatto coraggiosamente anche da madre fin da quando lui aveva solo tre anni e mezzo. Eppure, per un attimo, in quel ristorantino a Villafranche-sur-mer – locale che spesso frequentava in compagnia di suo padre – Joann riesce a godersi la compagnia della sua troupe cinematografica, e persino a ridere di gusto di fronte all'esilarante siparietto di una stangona straniera - seduta qualche tavolo più in là – che, senza badare troppo alla forma, si denuda e corre in mutande e reggiseno incontro alla pioggia che scende copiosa, lanciando urletti entusiasti. È incredibile: in mezz’ora in Costa Azzurra è caduta la stessa quantità di acqua che a Parigi scende in sei mesi. Ecco, per un momento Joann ha scordato suo padre, ma otto giorni più tardi, in compagnia dei suoi due figli in un hotel di lusso in Grecia, i sensi di colpa ritornano a disturbarlo. Lì, nel Paese dei politeisti, i suoi occhi cominciano a non funzionare. Coincidenza? Macché, punizione più che altro, o “deficit di sinagoga”: il rigore ebraico impone che nell’anno successivo alla morte di qualcuno si debba pregare molto e non saltare alcuna funzione. Suo padre aveva insistito tanto su questo punto quando era ancora in vita, e Joann gli aveva promesso che lo avrebbe fatto: si sarebbe recato alla sinagoga ogni giorno alle sei del mattino, avrebbe recitato il Kaddish per l’anima del suo adorato genitore defunto. E invece, la verità, è che preferisce continuare a scrivere libri, dirigere film, disegnare. E pregare solo mentalmente, mentre sta camminando magari, vestito coi suoi soliti jeans anziché inginocchiato e bardato di strane vesti. “Papà, se scrivo un libro su di te, conta per la tua anima?”...

Joann Sfar è quel che si dice un’artista “a tutto tondo”: fumettista, illustratore, scrittore, regista, sceneggiatore, è una figura molto conosciuta e apprezzata in Francia; l’ironia è sicuramente una delle sue doti migliori, e ne possiamo piacevolmente godere gustandoci questo breve ma denso monologo scritto in memoria di suo padre André. Una “preghiera” fuori dagli schemi, un Kaddish alternativo tenero e divertente assieme, a tratti dissacrante, in cui l’autore celebra la figura di un uomo straordinario difficile da emulare, aggirandosi tra i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza, discorrendo sul sesso e sull’amore, sul suo lavoro di artista e sulla religione, in particolare quella ebraica, della quale suo padre e gran parte della famiglia lo avrebbe voluto rigido osservante. Così, tra il disgusto per il cibo kosher ‒ “Se Hitler avesse mangiato cibo kosher avrebbe avuto un’ottima ragione di volere un genocidio” ‒ e i disperati (quanto vani) tentativi di evangelizzazione del simpatico cugino Paul, erano piuttosto i precetti di suo nonno Arthur (che pur sapendo il Talmud a memoria tremava all'idea di avere un nipote bigotto) ad incontrare i gusti di Joann; “Non essere triste, bisogna ridere, bisogna amare” gli ripeteva spesso, in un continuo inno alla vita. Mentre lui, in preda a sensi di colpa, per compiacere suo padre si sforzava di fare il filo all’unica ragazza ebrea della sua classe, nonostante fosse un po’ bruttina: “Nella mia famiglia mi hanno detto che stare con una ragazza non ebrea era grave quanto essere finocchio (nella mia famiglia paterna, perché in quella materna hanno avuto Hitler e non perdono tempo a infastidire i propri simili)”. Ma è proprio grazie ai contrasti e ai compromessi, come ognuno di noi ha sperimentato sulla propria pelle, che si diventa adulti e si scopre la propria strada: “Non bisogna mentire deliberatamente al proprio figlio. Altrimenti passerà tutta la vita a raccontare storie”, dice Sfar alludendo al fatto di come suo padre gli abbia mentito riguardo la morte di sua madre, di come alimentasse le speranze di un bambino di tre anni e mezzo affermando “La rivedrai”. Bugie? O in definitiva solo la genuina e consolante convinzione di chi ha la fede dalla propria parte? Frottole o meno, senza queste affermazioni, nel mondo ci sarebbe probabilmente un notaio in più e uno scrittore in meno; e sarebbe un peccato, perché Sfar è, in una parola, adorabile: la sua prosa pungente e senza filtri riesce ad essere elegante e accurata, e a regalarci in poche pagine, con tratti efficaci, innumerevoli spunti di riflessione; sincero e profondamente umano, l’autore si svela senza timore, manifestando candidamente tutte le sue fragilità e le sue paure, le sue insicurezze e i suoi limiti in un atto profondamente liberatorio.



 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER