Luigi Scattini - Inferno e paradiso

Luigi Scattini - Inferno e paradiso

Il termine identificativo e di definizione dei generi popolari usato dalla critica, dal giornalismo, dalla pubblicistica, da tutta l’intelligencija del cinema italiano e anche da alcuni scrittori (nel periodo degli anni Trenta, e da quando si usa questa definizione) è intrinseco alla stessa scrittura pubblicistica e storica del cinema. Nel contesto accademico e scientifico Gian Piero Brunetta usa spesso questo termine storico e, con questa definizione, vuole differenziare due tipi di cinema: i film intellettuali che usano un linguaggio cinematografico poco intelligibile al grande pubblico e i film popolari rivolti direttamente al pubblico di massa. Luigi Scattini è generalmente conosciuto come regista di mondo-movie, una categoria specifica di genere popolare che combina vari metodi e livelli stilistici di documentarismo. Dopo il grande successo internazionale delle prime pellicole appartenenti a questa tipologia i produttori decidono di battere il ferro finché è caldo, e inseriscono spesso nei titoli dei film parole come mondo e sexy: gli esordi di Scattini nell’industria cinematografica italiana non sono però collegati a questo tipo di produzione degli anni Sessanta, ma col decennio precedente, quando lavora come aiuto regista, anche in film del genere peplo all’italiana, come Attila, flagello di Dio di Pietro Francisci del 1954, e documentarista. Il film più amato è lo sfortunato (la distribuzione fallisce appena il film esce in sala) Blue nude, del 1977. A metà strada tra la ballata folk di stampo melodrammatico e il dramma urbano a tinte forti, racconta, anche con la collaborazione di veri attori, registi e maestranze del porno, che in Italia sta cominciando solo allora a essere noto a una fetta di pubblico più ampia, la discesa agli inferi per le strade di New York – dove è girato, tutto dal vero – di un ragazzo di nome Rocco, ingenuo, fragile e desideroso di una vita migliore (Gerardo Amato, il fratello di Michele Placido), che finisce per diventare interprete di loop pornografici, ossia filmati di pochi minuti in cui si mostra solo l’atto sessuale, pura merce, veicoli delle più bizzarre perversioni umane…

Luigi Scattini si è ritirato da ogni attività all’inizio della prima decade degli anni Duemila, ed è deceduto a Roma il 12 luglio 2010, a 83 anni, quattro anni e mezzo prima di sua figlia Monica, che, stroncata a cinquantanove anni da una malattia che l’aveva fatta soffrire a lungo, è stata interprete di molti importanti lungometraggi, come La famiglia di Ettore Scola e Parenti serpenti di Mario Monicelli. E anche del lavoro del padre a cui lui stesso, a detta dell’altra figlia Lucilla, teneva di più, ossia Blue nude. Il saggio curato da Fabrizio Fogliato è una raccolta interessante, ricca e chiara di aneddoti, immagini, esegesi critiche, analisi dettagliate, recensioni, commenti, documenti, interviste, resoconti e testimonianze, in cui si dipinge fin nei più minuti particolari la figura di un cineasta che ha iniziato con i documentari ‒ anche quelli, che lui definiva piccoli gioielli, che precedevano all’epoca, cinquanta e più anni fa, i film in visione in sala: oltre ottanta, andati per lo più perduti ‒ che gli hanno dato fama e considerazione internazionale (La via del carbone, sui minatori di Marcinelle, in Belgio, fu candidato all’Oscar nel 1962 come miglior documentario italiano dell’anno e ottenne, sempre nell’arco di quegli stessi dodici mesi, il premio RAI al festival dei popoli, mentre La vergine di Caacupé e Puerto Sastre, per esempio, furono presentati alla mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia) per poi spaziare in ogni campo, curioso, vitale, brillante. Ha lavorato con grandissimi nomi, non solo italiani: Buster Keaton, Jayne Mansfield, Zeudi Araya, Robert Taylor, Anita Ekberg… E inoltre era anche un uomo di profonda cultura: per fare contento suo padre si era laureato giovanissimo in giurisprudenza, e aveva poi superato sia l’esame d’avvocato che quello di stato per entrare in magistratura, nonché quello da giornalista, tanto che scrisse per Oggi, Gente ed Epoca. Tutto questo però non fa altro che alimentare la sua passione per la settima arte, che viene raccontata con partecipazione proprio da Fogliato.

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