L'ultima estate

L'ultima estate
La signora Z., amabile settantenne di origini venete ma residente a Roma, è affetta da una malattia neurologica degenerativa che da un paio di anni la costringe a letto, privandola prima dell'uso delle gambe e poi di quello della parola. Dal suo piccolo mondo, circoscritto all'orizzonte di una stanza da letto, Z. osserva solo le cose a lei vicinissime: la sua gatta, i piccioni e i merli, le medicine, pochi esseri umani, moltissimi ricordi. Figlia di un uomo gentile, socialista e agnostico, moglie di un ateo molto arrabbiato con Nostro Signore, Z. - la “bambina più amata del mondo”, battezzata Amelia (e più laicamente conosciuta come Pucci) passa la sua infanzia a Venezia negli anni della guerra e del primo dopoguerra. Da adolescente insoddisfatta, trova finalmente la sua dimensione nel mondo del Teatro: diventa una piccola stella, ha i primi corteggiatori e conosce anche il suo primo amore, un mascalzone morto di fame che la rende gravida sperando in una comoda sistemazione. Ma la nascita non c'è, Z. viene portata a Padova per abortire e ricomincia una nuova vita a Roma. La capitale degli anni Cinquanta la accoglie senza pregiudizi, cementa per breve tempo l'amicizia con Maria Antonietta, e le regala anche un marito, una figlia, anni di quiete e la SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica). Ed è proprio nella sua condizione di ammalata che Z. inaugura con coraggio e determinazione la sua Second Life...
"Non aspettatevi un acquarello", mette in guardia l'autrice, "pensate piuttosto ad un'autopsia, qualcosa che fa male, qualcosa che comunque abbia il sapore dolceamaro di un'esistenza vissuta senza rimpianti". Cesarina Vighy, alter ego della protagonista, affetta anche lei dalla SLA, decide di scrivere questo libro proprio quando la malattia sembra non darle alcuna speranza e subito vince il Campiello Opera Prima e vola nella cinquina dello Strega. Un successo inaspettato dopo anni dedicati alla scrittura, una terapia di personale riabilitazione in un momento in cui “il tradimento della carcassa” (per dirla con le parole di Lenin) si fa definitivo. Ma qui non troverete uno sterile pessimismo né l'ombra della più cupa disperazione, piuttosto la sensazione di aver giocato al meglio e di non avere più nulla da perdere, che non significa rassegnazione né stoico coraggio. Z. si arrabbia, piange, odia la sua patologia, mal sopporta i medici, gli infermieri, le cure e la pietà accondiscendente di parenti e amici che la circondano. Non crede in nessun Dio, sa che passeranno forse più di cento anni prima che si trovi una cura definitiva, è lucida, cinica, segue l'istinto e non accetta ciò che è “costretta a malincuore a prendere”. Decide di non lasciarsi compatire, segnata da congenita misantropia, sceglie la solitudine, non risponde al telefono, rifiuta qualsiasi visita e comunica solo per iscritto. In uno stile brioso, tagliente come una ferita, bruciante come un dolore che non ti aspetti, veniamo investiti da un un crogiolo di emozioni e sensazioni che possono provenire solo da un'anima intelligente, capace, e profondamente innamorata della vita. Si vorrebbe essere capaci di vivere come lei e ugualmente prepararsi alla morte con la stessa disarmante saggezza. Z. dubita, non ha certezze ed è questa la forza che le consegna il suo ateismo, l'incoscienza che le porta in dote la sua educazione illuminista. Eppure conosce il buio, quel tunnel profondo che intravede da tempo all'inizio di ogni sua giornata, riconosce lo sgomento, probabilmente lotta con le ombre e i fantasmi delle sue notti bianche, fatte di insonnia e immobilità silenti. Citando l'indimenticato Petrolini: “Son contento di morire, ma mi dispiace, mi dispiace di morire, ma son contento”, Z. ci insegna che alla fine di ogni strada, al termine di ogni notte, anche quella più lunga, rimane la consapevolezza che non esistano destini fortunati o sfortunati, ma semplicemente disegni di libertà e bellezza che ognuno, a modo suo, ha il dovere morale di perseguire fino in fondo. Affinché la terra sia comunque lieve.

 

 

 
 
 
 
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