L'ultimo scapolo

L'ultimo scapolo
Che ci fa un uomo, apparentemente rispettabile, completamente fatto e ubriaco in una discoteca newyorchese alle sei di mattino? In realtà non lo sapremo mai, ma seguendo la sua voce potremo scoprire le angosce più recondite di questo tizio che, uscito di casa il venerdì sera, ha passato il weekend tirando cocaina e tentando di rimorchiare ogni volta la donna sbagliata. Adesso è senza soldi, affamato e disperato, disposto a barattare la sua giacca di seta per un sacchetto di panini. Poi ce n’è un altro, di uomo, che torna a casa dopo essere uscito per comprare un po’ di birra e delle sigarette, e trova sua moglie avvinghiata sul tappeto ad uno sconosciuto. L’uomo non si arrabbia, dice solo “Potevate aspettarmi”. Sì, perché questa coppia, una a volta a settimana, quando i bambini vanno dalla nonna, rimorchia estranei nei bar. Eppure la loro apparente scioltezza, la loro disinvolta vita sessuale, nasconde una profonda incomprensione che solo un incidente grottesco e al limite del comico porterà impietosamente alla luce. Quasi comici potrebbero sembrare anche i giorni del ringraziamento in una bella casa del New England, dove quattro fratelli e il padre si riuniscono nel tentativo di sopportare il dolore per la perdita della madre e moglie. Battibecchi, gelosie, litigi, attraverso i quali si evidenzia il tracciato di questi goffi affetti familiari. E poi ancora, ragazze snob che umiliano giovani studenti impegnati a pagarsi gli studi come camerieri, o ricchi borghesi che raccontano la fine del loro matrimonio allo strizzacervelli...
In questi racconti, alcuni già pubblicati all’inizio del duemila, altri inediti, c’è tutto il mondo di Jay McInerney, uno degli scrittori più bravi e celebrati degli Stati Uniti. Un mondo, il suo, in cui uomini fragili, a volte crudeli, altre volte solo patetici, si perdono nelle derive della borghesia occidentale, fra soldi, tradimenti e disperata solitudine. C’è una frase, nel libro, che forse riassume perfettamente ciò che McInnerney vuole raccontarci attraverso i suoi personaggi. “La tua presenza qui è solo dovuta al fatto di condurre un esperimento sui tuoi limiti, per ricordare a te stesso quello che non sei”. Probabilmente poco è cambiato dall’epoca degli yuppies, quando, all’inizio degli anni ottanta, lo scrittore esordiva con Le mille luci di New York. Poco è cambiato, in effetti, se da quel libro forse si girerà un secondo film ambientato nella New York odierna (il primo, lo ricorderete, aveva come protagonista un giovane Michael J. Fox). McInnerney, già allievo di Raymond Carver, con la sua lingua essenziale, ironica e spietata, è uno dei romanzieri più lucidi e rappresentativi del nostro tempo, capace di raccontare questi anni con la stessa bravura e autorevolezza con cui Fitzgerald raccontò i ruggenti anni venti o Joyce l’epopea dei dublinesi. Non a caso McInnerney è stato spesso paragonato dai critici a questi due immensi scrittori.

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