Luna rossa

Il 5 ottobre 1957, il mondo scoprì l’esistenza del primo satellite artificiale della Terra: lo Sputnik, “compagno di viaggio”, lanciato il giorno precedente dal cosmodromo di Bajkonur in Unione Sovietica e in orbita a circa 900 km dalla superficie e volutamente ben tracciabile da tutte le stazioni radio sparse per il globo e persino dai radioamatori grazie allo squillante segnale emesso a brevi intervalli regolari. “Ovunque nel mondo la sorpresa fu enorme”, perché l’opinione pubblica si aspettava qualcosa del genere piuttosto dagli americani, non certo dai russi, dopo l’annuncio ormai vecchio di due anni del Presidente Dwight Eisenhower che preannunciava il lancio di satelliti in occasione dell’International Geophysical Year. Lo shock subito spingerà John Fitzgerald Kennedy a dare una sorta di ultimatum quasi temerario più che ambizioso alla NASA: portare un astronauta statunitense sulla Luna entro la fine degli anni Sessanta e riportarlo sano e salvo a casa. L’aspirazione dell’uomo di raggiungere la Luna del resto era vecchia di millenni, e se ne trovano ampie tracce nella mitologia e nella letteratura, da Luciano di Samosata a Ludovico Ariosto, da Giovanni Keplero a Edmond Rostand, da Wan Hu a Daniel Defoe, da Jules Verne a Ernesto Capocci e a Herbert George Wells. Nel 1857, esattamente 100 anni prima del lancio dello Sputnik, era nato in una modesta famiglia piccolo-borghese del villaggio di Izhevskoe, un paio di centinaia di chilometri da Mosca, un bambino destinato a diventare “il padre della cosmonautica teorica e della missilistica”…

A cinquant’anni dall’allunaggio dell’Apollo 11, mentre ancora non sono ben chiari gli sviluppi a cui porterà la scelta del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump di “militarizzare” l’esplorazione spaziale istituendo una forza armata apposita, è importantissimo ricordare quanto “questa straordinaria impresa genuinamente targata Usa debba al nemico comunista e a coloro che a cavallo del 1960 portarono l’URSS nettamente in testa nella corsa allo spazio”. E il contributo decisivo dell’Unione Sovietica nella conquista della Luna – si badi bene – non è rappresentato soltanto dallo “sprone” esercitato sui rivali americani ma nel raggiungimento di una serie incredibile di preziose conoscenze scientifiche e tecniche che sono poi diventate patrimonio dell’intera umanità. A questo contributo è dedicato – almeno nominalmente – il saggio Luna rossa – La conquista sovietica dello spazio. L’autore, Massimo Capaccioli, è uno dei più importanti astrofisici italiani e ha offerto un contributo decisivo nei decenni passati allo studio dell’evoluzione dei sistemi stellari, delle galassie ellittiche e della materia oscura. Professore emerito all’Università Federico II di Napoli, già direttore dell’Osservatorio Astronomico di Capodimonte dal 1993 al 2005, è stato anche presidente della Società Astronomica Italiana per un decennio. È anche esperto nella difficile arte della divulgazione scientifica, dato che è anche giornalista e ha collaborato spesso con varie testate e con la RAI. E infatti il libro è scorrevolissimo, piacevole, di facile comprensione per chiunque. L’unico difetto di Luna rossa è che non è esattamente ciò che pare essere: su poco più di 200 pagine, quelle realmente dedicate alla storia dell’astronautica e della missilistica sovietica sono circa il 60%: nelle altre si ripercorre la space race in generale o si raccontano le vicende di altri protagonisti, come Robert Goddard, Hermann Oberth e Wernher Von Braun. Molto interessante, per carità, ma da un libro che si presenta come il racconto della “conquista sovietica dello spazio” ci si aspetterebbe una visione più settoriale, una maggiore messa a fuoco, persino qualche retroscena inedito. I capitoli più gustosi sono non a caso quelli dedicati alla vita del sognatore e pioniere Konstantin Ėduardovič Ciolkovskij, al geniale progettista Sergej Pavlovič Korolëv, all’iconico Jurij Alekseevič Gagarin, al vero “supereroe sovietico” Aleksej Archipovič Leonov.



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