Lungo l’antica strada

Lungo l’antica strada

La casa di Don Giovanni “U Ghiozza” ha sempre avuto una porta dipinta di un giallo smorto. Al tramonto essa si spalanca per un necessario ricambio d’aria e tutti i passanti vi possono vedere l’interno con un tavolo, sedie, una vetrina con i bicchieri e poi la porta della camera con un lettone e sei materassi... Il barone ha un cutter bianco con gli ottoni che brillano al sole. L’imbarcazione, la “Mebi” (così si chiama), aveva vinto la Coppa del Mediterraneo e il barone aveva chiesto a Don Giovanni di mandargli uno dei figli a fargli da marinaio... Ciccio scrive al padre e alla madre allegando alla sua lettera un biglietto da cento lire, per farsi giocare dei numeri (una quaterna) trovati in modo fortuito su una mela marcia all’interno di una cassetta proveniente da Napoli. I due coniugi si chiedono a lungo cosa fare, anche perché non capitavano tanto spesso biglietti da cento lire e in quel momento ne hanno davvero bisogno... Donna Mica (detta ’za Mica) è analfabeta, ma dotata di quella saggezza popolare fatta di proverbi e consigli antichi, di antiche ricette, di storie, leggende, poesie e indovinelli, tramandati nel tempo. Si alza prestissimo la mattina, va alla fontana a prendere l’acqua, fa il caffè e prepara la colazione per tutti e prima che il sole sorga è già giù nella baracca sulla spiaggia a fare il bucato. Lava lenzuola e indumenti della sua famiglia e di quella del prefetto... Tutti dicono che zu’ Stefano è un “lupinaro” e in effetti se ne sta sempre chiuso in casa, quasi al buio e ci sono anche quelli che, in paese, giurano di averlo visto correre lungo la spiaggia nelle notti di luna piena...

Il mare, i pescatori e le loro capanne, la loro vita misera, l’arte di arrangiarsi come meglio si può. E poi le tradizioni, la vecchia quotidianità di metà Novecento, quando superstizioni e pregiudizi la facevano ancora da padroni nella vita di paese accanto a una fede smisurata e a una venerazione senza uguali per un Santo o per l’altro. Sono spaccati di vita che fanno parte di ricordi quasi ancestrali di una comunità in cui le donne non avevano lo stesso peso degli uomini, non potevano studiare, ma solo sposarsi e mentre erano in attesa di questo evento e dei figli che poi sarebbero venuti, venivano mandate a imparare a cucire e ricamare. Togliere il malocchio in casa con gocce di olio nell’acqua, recitare preghiere “non canoniche”, ma quasi formule magiche per allontanare il male e molto altro di quello che si trova in questo libro fa parte non soltanto delle tradizioni del Messinese, ma di quelle di tutta l’Italia del primo Novecento e del dopoguerra. Così come le chiacchiere di paese, alimentate dalle malelingue, che si diffondono in un baleno, ma che si spengono presto, basta soltanto saper aspettare un po’... E poi la religiosità delle donne, sempre più avvezze a recitare il rosario rispetto agli uomini di casa che per la verità avevano anche poca simpatia per i preti. Insomma da tutti questi racconti che fanno parte di una stessa storia, di uno stesso periodo e tendenzialmente di una stessa famiglia, viene fuori uno spaccato del tempo che fu, in grado di sollecitare anche i ricordi del lettore, che se non diretti, sono stati certamente tramandati e raccontati in famiglia.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER