L'uomo arma

L'uomo arma
El Salvador, primi anni '90. Juan Alberto Garcia detto Robocop, ex sergente delle truppe d'assalto governative, si trova di punto in bianco senza lavoro dopo più di dieci anni di carriera militare durante i quali è stato trasformato in una macchina per uccidere che non conosce debolezza né pietà. I suoi unici averi sono qualche fucile, qualche bomba, una pistola. Juan si trasferisce nell'appartamento di suo cugino Alfredo e di sua moglie Guadalupe, e dopo qualche settimana diventa l'amante della donna, smaniosa di farsi mettere incinta da un 'vero uomo muscoloso'. Per sfuggire alle asfissianti brame della donna, Robocop va a vivere con una prostituta e intanto riallaccia i contatti con alcuni vecchi commilitoni, delusi dal ritorno alla vita civile e dalla presunta ingratitudine dei politici. Lega soprattutto con Bruno Perez, con il quale mette su una banda specializzata in rapine e furti di auto di lusso. Ben presto i due vengono contattati da un'organizzazione paramilitare capeggiata dal maggiore Linares, ex capo del battaglione Acahuapa (la feroce unità nella quale Robocop aveva militato al fronte), che conduce una guerriglia segreta contro gli ex leader della fazione avversa nella guerra civile del decennio precedente. Robocop sta per tornare ad uccidere...
La sanguinosa parentesi della guerra civile salvadoregna, che ha percorso tutti gli anni '80, è tutt'altro che chiusa, tutt'altro che conclusa la transizione verso una democrazia che abbia almeno la parvenza della normalità per il minuscolo ma splendido Paese centramericano. Prova ne è il fatto che voci coraggiose come quella di Horacio Castellanos Moya, che denuncia con i suoi romanzi le tragedie e le contraddizioni della sua terra, sono state soffocate con una protervia inaudita: lo scrittore - del quale L'uomo arma è il quinto romanzo pubblicato e il primo tradotto in italiano - è a tutt'oggi esiliato in Germania, minacciato di morte, ospite suo malgrado degli organizzatori della Fiera del Libro di Francoforte. Un destino amaro, di un'amarezza che Castellanos Moya distilla nella sua prosa spietata, sintetica, essenziale, nelle sue storie di sbandati senza più radici, alla ricerca di un qualche senso nella loro esistenza. Un libro che è noir, action, politica, dramma esistenziale allo stesso tempo. Rarissimi gli aggettivi, quasi inesistenti le descrizioni. Solo fatti: implacabili, sanguinari, disperati fatti che si susseguono uno dopo l'altro, con una letale simmetria che non si dimentica e non perdona.

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