Ma fa ‘n po’ come cazzo te pare

Le più belle frasi di Osho. Ma fa 'n po' come cazzo te pare

Fanno il salto da Facebook al mondo dei libri gli spassosissimi “meme” della serie “Le più belle frasi di Osho”. Di che si tratta? E soprattutto, come trasportare su carta un prodotto tipico dei social network? Si parte - su ogni pagina di destra - con una vera frase del santone Osho Rajneesh: un aforisma sul mondo, sulla realtà, sull’umanità, sula spiritualità chiosata in basso da un lapidario, salace commento in dialetto romano e da una freccia che invita a girare pagina, dove troviamo una foto di Osho con stampigliata sopra una frase sempre in romanesco, di quelle banalità un po’ tradizione popolare un po’ luogo comune che sentivamo dire alle nostre nonne e che oggi riecheggiano sugli autobus, nei mercati, alle cene di Natale in famiglia a Roma. Oppure un’espressione presa di peso dalla quotidianità urbana capitolina: il traffico, il parcheggio, i social network, i telefoni cellulari, le vacanze, la prostituzione e così via. E questo schema spiazzante e iconoclasta viene ripetuto 60 volte. Qualche esempio? Frase di Osho “Quando bevi dell’acqua, sentine la freschezza. Chiudi gli occhi e bevi lentamente, assapora. Senti di essere diventato quella freschezza; essa viene trasferita a te dall’acqua, sta diventando parte del tuo corpo. In questo modo la tua sensibilità può crescere, e puoi diventare più vivo e più completo”. In basso, il commento: “Che poi ti dico...”, giri pagina e trovi una foto di Osho che beve un bicchiere d’acqua con la scritta “Quanno c’hai sete l’acqua è ‘a mejo cosa”. Oppure frase vera “Guardare qualcosa senza amore è come voler mescolare l’olio con l’acqua: è una visione senza l’incontro”. In basso, il commento: “E avoja a visioni quando mescoli...”, giri pagina e trovi una foto di Osho che con aria grave impone le mani sul capo a un hippy barbuto che con gli occhi chiusi e la bocca spalancata sembra annaspare con la scritta “Hai fatto ‘na cazzata a mischià”...

Osho Rajneesh è stato un personaggio controverso: amato e odiato, considerato da molti un santo e da moltissimi un truffatore. Un destino comune praticamente a tutti i guru spirituali della nostra epoca, immancabilmente autori di riflessioni profonde e bizzarrie hollywoodiane, apostoli del pauperismo più innocente e titolari di conti in banca miliardari, protagonisti di illuminazioni spirituali o di circonvenzioni di incapaci a seconda dei punti di vista. Tutte storie che ci sono familiari, quasi un luogo comune ormai: la traiettoria di Osho Rajneesh è stata però più fragorosa di altre, tra accuse di bioterrorismo, spettacolari arresti, limousine colorate e clamorose congiure tra i suoi luogotenenti. Ma l’Osho che negli scorsi anni si è sedimentato nell’immaginario collettivo non è questo: piuttosto un bonario santone new age che dispensa massime abbastanza condivisibili sulla vita e le persone. È probabilmente per irridere al fondo di banalità di questa immagine edulcorata da bigliettino dei Baci Perugina 2.0 che Federico Palmaroli, impiegato della camera di Commercio, nel 2015 ha iniziato a utilizzare foto del barbuto guru indiano per lanciare sui social ironiche “pillole di saggezza” popolare romanesca che proprio per la loro crassa banalità – e a volte volgarità – contrastano con l’immagine ieratica di Osho e innescano un meccanismo divertentissimo (pare però non si siano divertiti affatto i seguaci “duri e puri” del pensatore). “(…) Fare satira significa proprio questo: smontare il dogma per avvicinarsi a quello che davvero vuol dire. La distruzione è un tentativo di avvicinamento a una forma di verità, che nel mio caso coincide con un abbassamento della prospettiva. Più umanizzi, più fai ridere”, ha dichiarato recentemente Palmaroli in un’intervista, e anche Neri Marcoré nella sua prefazione al volume sottolinea come il segreto del successo de Le più belle frasi di Osho stia nell’accostare “L’alto e il basso, il sublime e l’infimo, l’erudito e il villano (…)”. L’ardita operazione della Magic Press, trasporre su carta un contenuto social-nativo, è – nei suoi inevitabili limiti strutturali – sostanzialmente riuscita: il libro si legge in un amen e ti lascia col sorriso sulle labbra.



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