Ma forse un Dio

Ma forse un Dio
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Sua madre ama compiangersi quotidianamente e fare di ogni minima difficoltà una tragedia, almeno così pensa la piccola Anna. A volte dice delle cose con un tono talmente greve, che ad Anna scappa un po’ da ridere. Il padre, Giuseppe, un bravo meccanico, non ci fa più caso oramai; per lui l’importante è il lavoro, che serve a portare qualcosa da mangiare a casa e a vivere decentemente. A Giuseppe anche la pretesa della moglie di seguire i precetti religiosi ogni tanto gli pesano: quando in famiglia viene imposto il digiuno per lo Yom Kippur Giuseppe si nasconde dei grossi pani sotto la giacca, perché in fabbrica il lavoro è faticoso e ci vuole del cibo da mettere sotto i denti. Anna osserva silenziosa e con spirito critico i suoi genitori, ascoltando quando la madre spesso le ripete “Adonai sofer et ademaott scel nascim” (“Dio conta le lacrime delle donne”), ma non capendo ancora, per la giovane età, il significato di quelle parole... Ettore viene da una semplice famiglia di contadini, quarto di sette figli. Da piccolo era stato incaricato di badare agli agnelli, cosa che, in un primo tempo, gli piaceva molto. Quando, però, era giunta l’ora di sgozzarli, il piccolo non ne era stato capace ed il padre lo aveva punito con la cinghia. Ettore quell’episodio non se l’è mai più dimenticato e ora che ha compiuto i diciott’anni ha solo un pensiero in testa, quello di arruolarsi ed andare a combattere, e vincere, lasciare i campi e il padre Aristide ed essere finalmente parte di qualcosa, trovare la propria strada...

I due protagonisti del romanzo non potrebbero essere più distanti fra loro e Alberto Cavanna ne racconta la rispettiva storia alternando in maniera equa le vicende ora dell’uno, ora dell’altra. Ed anche il libro risulta idealmente diviso in due parti: la prima, più delicata, scorre veloce sugli eventi, mette in evidenza il contesto sociale, culturale, economico e familiare di Anna ed Ettore, evidenziandone i caratteri, e dirigendoli su due binari paralleli; nella seconda parte si entra molto più in profondità nel vissuto dei giovani, nelle loro emozioni e nei loro pensieri sui quali, a dispetto di quanto da ciascuno vissuto, sembra vedersi sempre più chiaro un punto di incontro. Sullo sfondo il tragico periodo storico dell’Italia del fascismo e delle leggi razziali, narrato attraverso le voci popolari, dialettali, di famiglie comuni. La parte più coinvolgente è sicuramente quella finale dove si mette l’accento, con una convinzione e una commozione che trapelano dalle singole pagine, sul ruolo della donna, in quanto madre, sorella, amica e amante e sul suo potere di colmare il vuoto e alleviare il dolore degli uomini. Alberto Cavanna, già finalista al premio Bancarella nel 2004, candidato al premio Strega e Campiello nel 2015, naviga sicuro da esperto conoscitore del settore marittimo e navale nel raccontarci una storia di speranza, sia dei singoli protagonisti, sia di un intero popolo tramite l’Operazione Exodus che fece appellare la città de La Spezia Sha’ar Tzion, Porta di Sion.



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