Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

Rick Deckard è un cacciatore di taglie che di tanto in tanto si toglie un po’ di ruggine di dosso sbrigando qualche lavoretto per Dave Holden, anch’egli cacciatore di taglie e attualmente bloccato su un letto d’ospedale, ferito gravemente da un gruppo di replicanti modello Nexus 6 fuggiti dalla Colonia Extramondo di Marte, macchine talmente simili agli umani da risultare pressoché impossibili da distinguere. Deckard vive a San Francisco con sua moglie Iran: soli, senza figli e con una pecora sintetica che non funziona troppo bene. Già, proprio questa pecora sintetica fa rodere di rabbia e frustrazione il ruvido cacciatore di taglie: com’è possibile che ancora non abbia un animale vero? Certo, bisogna dire che nell’anno del Signore 1992 gli animali veri sono praticamente tutti estinti e la Terra, soprattutto dopo l’ultima guerra nucleare, non è più il bel posto di una volta: ma diamine, Barbour - il suo vicino di casa - può permettersi una vera cavalla, per giunta anche incinta di un puledrino! Le fortune capitano sempre agli altri, eppure a Deck basterebbe poco per sentirsi davvero realizzato: poter aver un animale vero da poter far scorrazzare sul terrazzo, non questa maledetta pecora che ogni volta si inceppa. Gli servirebbe un incarico di un certo prestigio, di quelli che potrebbero fruttargli un bel malloppo di verdoni o costargli la vita ma d’altra parte il rischio è parte integrante del suo mestiere. Perché non mettersi sulle tracce di quel gruppo di Replicanti? Cercarli. Stanarli. Ritirarli (un modo carino per dire “farli fuori”). Incassare la taglia. Comprarsi un animale vero. Niente di più facile…

Pubblicato con titoli diversi (il più famoso è Il cacciatore di androidi) e divenuto libro di culto per appassionati di fantascienza e discepoli della cultura cyberpunk in seguito al famosissimo e imponente film Blade Runner che Ridley Scott ha tratto dal romanzo, Ma gli androidi sognano pecore elettriche? originariamente non ebbe moltissima risonanza nella sterminata e variegata produzione di Philip K. Dick, genio visionario dalle idee troppo brillanti per i suoi tempi e dalla vita altrettanto breve per averne potuto godere i frutti. Ma col passare degli anni (e grazie alla già citata trasposizione cinematografica) si è ritagliato uno spazio importante, non sfigurando accanto a titoli più noti e più celebrati della bibliografia dickiana quali Ubik, Un oscuro scrutare e La svastica sul sole. Tralasciando i paragoni con il film (che vira maggiormente sui sentieri di un hard-boiled futuristico e che è la pellicola preferita del sottoscritto), questo romanzo presenta un protagonista anonimo, interessato a sbarcare il lunario per potersi permettere un buon tenore di vita (incarnato principalmente dalla possibilità di acquistare un animale domestico vero) che si trova tra le mani una missione rischiosa ma dall’interessante ricompensa. Le atmosfere dipinte da Dick sono fosche,e in questo macrocosmo promiscuo e caotico, Deckard si muove in bilico tra freddezza professionale e comprensibile empatia, con il lettore che risulta affascinato dalle complesse dialettiche filosofiche che fungono da lettura nascosta dell’opera: a che punto è possibile distinguere l’uomo dalla macchina? C’è ancora qualche residuo di umanità dopo tutta la violenza e l’alienazione causata da un mondo impazzito e drogato da guerra, tecnologia e repressione? E soprattutto: chi mostra maggiore umanità? L’uomo o la macchina?



 

 

 

 
 
 
 

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