Ma tu divertiti

Ma tu divertiti

Amore, magari un matrimonio, la maternità, senza tralasciare una sfolgorante carriera. Sono questi i “desiderata” di una trentenne palermitana, di cui non si conosce il nome, che per motivi lavorativi (la precarietà) e sentimentali (la passione per un certo Lucien, molto più giovane di lei) si trova divisa tra l’Italia e la Francia, cercando di combinare qualcosa di compiuto. In effetti, “qualcosista” è lo status che le viene per un bel po’ affibbiato da chi le propone momentanei impieghi, finché non diventa insegnante di italiano per stranieri, tre ore al giorno, preparazione delle lezioni compresa. Le cose sembrano evolvere, tra un viaggio e l’altro, di pensiero in pensiero, ma di fatto resta tutto fermo. La “attempata” ragazza, in casa con il suo fidanzato, è confusa. Sì, decisamente confusa. Ha un sacco di paure, tipo dei terroristi. Le viene un fibroma e la sua ginecologa-chiromante le dice che la causa è semplice. Il suo corpo sta dandole evidenti segnali: deve procreare. Piuttosto che niente, inizia a fare pratica con qualche esemplare a quattro zampe, con esiti non sempre fausti. Intanto l’appartamento che condivide con il troppo moderato e pacifico Lucien è ingombrato di scatoloni che stanno lì, in attesa di essere svuotati... però non si sa mai. E che dire della famiglia di questa scombinata? Una sorella per i fatti suoi, con prole. Una madre apprensiva, egocentrica, anche un po’ civettuola, che ha un debole per il chirurgo della figlia e va in giro per l’ospedale tutta agghindata e profumata. Una nonna distratta e francamente poco grata e un padre originale, che in pieno aprile decide di allestire in salotto un albero di Natale invece che con le palline, con i prodotti da cocktail...

Si compie così, sullo sfondo della ennesima puntata di Un posto al sole, la vita che scorre, come fosse un cartone animato. Però è reale, almeno dovrebbe. Mari Accardi, alla sua terza prova letteraria, è l’autrice di questo Ma tu divertiti, che altro non è se non un delicato ed elegante tributo alla leggerezza del nostro essere presenti, alle infinite contraddizioni del nostro esistere. La lettura è scorrevole, molto piacevole e acuta. Si spalma in sette capitoli, che costituiscono la trama della storia, ma si posso anche apprezzare quali racconti autonomi. Le pagine divertono e non mancano di intelligenza e riflessioni. Ad essere scrutato, ricordiamo, è il mondo 2.0, secondo gli occhi dell’ironia e dell’autoironia di una donna. È questa una delle cifre, che a mio avviso conferiscono al libro ancora maggiore onore e merito, soprattutto in un contesto culturale e sociale nel quale il sorriso delle donne può fare davvero la differenza.



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