Mabruk!

Mabruk!
Ariel conosce Sally in chat e se ne innamora. Lui ha sedici anni, è israeliano. Lei nella realtà si chiama Mona, di anni ne ha ventitrè e appartiene al movimento giovanile palestinese “Shabiba Youth Organization”, affiliato a Tanzim, il braccio armato di Fatah. Mona attira con l’inganno il post adolescente Ariel ad un appuntamento e, il 17 gennaio 2001, lo fa uccidere da alcuni componenti di Tanzim. Hussam è il più piccolo di quattro fratelli, vive con la famiglia vicino a Nablus, vende cd e musicassette. I suoi compagni di scuola lo prendono in giro perché è basso e goffo. In lui cresce progressivamente un desiderio di rivalsa per riconquistare il rispetto perduto. L’occasione gli si presenta per mano di un amico, Nasser, che lo istiga a compiere un atto di martirio ad un checkpoint israeliano. Soltanto in questo modo potrà recuperare l’onore e ottenere gli splendidi premi che attendono i martiri nell’aldilà. È così che Hussam tenta di farsi saltare in aria, il 22 marzo del 2004, vicino ad un avamposto dell’esercito d’Israele. Ma il suo tentativo fallisce miseramente e finisce in una prigione di massima sicurezza.  Sono tante le storie degli shahid, i kamikaze palestinesi. Il primo di essi entrò in azione nell’ormai lontano 1993. Il suo nome era Ala’a Khalout, membro della Jihad islamica, che si fece saltare in aria in un’autobus della città israeliana di Ashdod, trascinando con sè alla morte parecchi civili. Da quel momento in poi qualcosa è cambiato nella percezione della sicurezza e nella stessa vita quotidiana della popolazione dello Stato ebraico...
Mabruk! è un saggio che raccoglie storie di vita e di morte – come recita il sottotitolo – dei kamikaze palestinesi.  Alberto Mayer, studioso di ebraismo, cerca di ricostruire i passaggi salienti delle loro esistenze alla ricerca di una traccia che spieghi le motivazioni che spingono una persona a compiere un gesto così estremo, uccidendo altre persone innocenti. Scorrendo le pagine di questo volume, emerge essenzialmente che la spinta al martirio deriva dalle forti pressioni psicologiche e culturali che le frange più estreme dei raggruppamenti politici palestinesi attuano nei confronti di soggetti che dimostrano una particolare fragilità. Sia perché hanno perso dei familiari o delle persone care per mano dell’esercito israeliano, sia perché vogliono riguadagnare una posizione di prestigio sociale che per qualche ragione hanno perduto. Di certo un’analisi che ha diversi spunti di interesse ma a cui sembra anche mancare una visione maggiormente ampia della situazione in cui le vicende si svolgono. Sarebbe infatti opportuno fornire ai lettori più elementi sul contesto storico politico relativo al conflitto israelo-palestinese, che il libro sembra dare troppo per scontato. A completare le storie dei kamikaze in Israele, un interessante capitolo sulle vicende – a cui i media nostrani hanno dedicato poco rilievo - di alcuni immigrati in Italia sospettati di aver attivato una cellula terroristica e fermati prima di realizzare attentati suicidi nel nostro Paese.

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