Macaronì – Romanzo di santi e delinquenti

Ferragosto 1938. Don Quinto Magnanelli, parroco di un paesino dell’Appennino tosco-emiliano, subito dopo la prima messa del mattino e la colazione si avvia a piedi verso il paese vicino, quello in cui è nato e cresciuto, dove è in programma la festa patronale e si prospetta un lauto pranzo offerto dal parroco locale, don Enrico. A don Quinto, buona forchetta e amante del buon vino, la prospettiva di tortellini in brodo, tagliatelle al ragù, cappone arrosto e manzo lesso con le salse, il tutto bagnato da un rosso toscano corposo e a fine pasto da una bella bottiglia fredda di pozzo di bianco albana-trebbiano della pianura pare davvero irresistibile. Perciò si incammina per mulattiere a passo spedito, malgrado sia un omone pesante e non più giovane. Il pranzo mantiene tutte le attese, la compagnia è allegra ma nel pomeriggio il parroco deve tornare a casa: un paio di bicchierini di liquore alle erbe e traballando un pochino don Quinto si avvia sulla strada del ritorno, dove incrocia per un attimo un uomo barbuto dagli occhi chiarissimi che gli pare di conoscere. Quella sera stessa, il mugnaio Bastiano trova il cadavere del parroco che galleggia in un canale. Una disgrazia? In fondo don Quinto aveva bevuto assai, forse è scivolato battendo la testa e annegato. D’altro canto però i canali ad agosto sono poco più che rigagnoli e il prete non era certo ubriaco fradicio… Inverno 1884. Quest’anno il Toscanino è passato dal paese in ritardo di quasi un mese rispetto al solito, quando la neve è già nell’aria. È un venditore ambulante, gira per i paesini di montagna con un carretto trainato da una vecchia cavalla pieno zeppo di attrezzi agricoli, pentole, stoffe, farina, formaggi, indumenti, biancheria per la casa, oggetti per la casa. Ha l’abitudine di restare tre giorni in ogni paese, per dare tempo alle persone di fare i loro acquisti. E in quei tre giorni racconta storie, soprattutto riguardanti la sua giovinezza passata a lavorare in Francia. Lo ascoltano a bocca aperta i ragazzi di paese, che non hanno mai sentito parlare del mondo esterno. Tra di loro il dodicenne Ciarèin, il figlio di Prosperi Gaetano detto Spirito, morto ammazzato a quarantasei anni per mano delle guardie a causa di una insubordinazione al cantiere della ferrovia. Il ragazzino scompare dal paese la notte stessa della partenza del Toscanino, ma nessuno pare farci caso…

Ambientato tra fine ‘800 e 1940, Macaronì – Romanzo di santi e delinquenti è il primo libro (e probabilmente il più bello) della serie che ha come protagonista il maresciallo dei carabinieri campano Benedetto Santovito firmata dal cantautore Francesco Guccini e dal giallista Loriano Macchiavelli. Un’oscura storia di povertà e vendetta legata alla tragedia dell’emigrazione, che a cavallo tra XIX e XX secolo vedeva gli italiani come protagonisti e non come testimoni di scarsa memoria e di scarsa pazienza come avviene oggigiorno. Al centro del plot il massacro delle saline di Aigues-Mortes, in Francia: nell’estate del 1893 decine e decine di lavoratori italiani (chiamati con disprezzo “macaronì” perché ghiotti di pasta ripiena) furono linciati dalla popolazione locale perché accusati di “rubare il posto” ai francesi; il crimine rimase impunito, gli imputati furono tutti assolti dopo un processo-farsa. L’atmosfera nel paesino dell’Appennino dove lavora Santovito non è tutto sommato bonaria come nei successivi romanzi della saga: sarà per i rancori che serpeggiano tra gli abitanti, sarà per le nubi nere di guerra che si addensano all’orizzonte, sarà perché il brigadiere non si è ancora ambientato e non è ancora stato accettato dai suoi nuovi compaesani, fatto sta che tra le pagine si respira un’aria pesante, minacciosa. Un giallo splendido, duro come la terra arida, oscuro come i boschi, aspro come il sale e il sangue.



 

 

 

 
 
 
 

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