Madri assassine

Madri assassine

Infanticidio e figlicidio sono termini che evocano scenari inquietanti già di per sé ma, quando a commetterli sono le madri, l’impressione è ancor più agghiacciante (se possibile). Chissà perché. Intanto, non sono la stessa cosa: il primo termine si utilizza per fare riferimento all’uccisione di infanti entro il primo anno di età, quella fase della vita in cui l’accudimento è per lo più materiale. La storia dimostra che, dall’entrata in vigore della legge sull’aborto, questa fattispecie di reato è diminuita, avendo permesso alle donne di scegliere (un po’ più) liberamente come e se relazionarsi con la gravidanza. Il secondo termine si riferisce invece all’omicidio del figlio in senso lato, a partire cioè dall’età in cui si deve comunque essere creata una relazione genitore-figlio, ciò che rende il reato socialmente insopportabile. Dopo Cogne, l’immaginario collettivo si è intriso, con una spintarella da parte di giornalisti sensazionalisti, di madri assassine che uccidono i figli in modi variamente crudeli. Un mondo punteggiato di nuove Medea. Eppure le statistiche non sostengono questo quadro perché, ancora oggi, la maggioranza dei figlicidi è compiuta da padri. Che dire di questi genitori che agiscono contro natura? Ecco, il tema è tutto qui: poiché (la storia dice che) la natura stessa della donna è la maternità, quando è la donna a uccidere il proprio figlio deve per forza essere insana di mente. Insomma pazza. Ma è davvero così semplice?

Un saggio che, si direbbe con estrema sintesi, è breve ma intenso. Intanto, grazie al background dell’autrice, offre un approccio sociologico al figlicidio e non psicologico, liberandoci quindi dal taglio di tanti programmi tv che snocciolano profili a gogò. La tesi di fondo è che non è il raptus (rigettato proprio come evento), cioè il colpo di testa, a determinare l’omicidio: piuttosto, la ragione è culturale. La statistica dice che la legge sull’aborto ha affrancato molte donne dall’onere di portare a termine gravidanze indesiderate col rischio poi di compiere atti estremi sull’incolpevole neonato. Come a dire, quando la società è organizzata per gestire consapevolmente la maternità, l’incidenza del reato diminuisce. Che dire allora di quel che accade dopo, quando le donne, a dispetto di lotte femministe e proclami vari, si ritrovano sempre e inesorabilmente a confrontarsi con lo stereotipo della buona madre? In queste poche pagine è messo agilmente in discussione l’assunto stesso che la realizzazione di una donna coincida con l’essere madre. Se madre natura ha dato alle donne un utero, è pur vero che ha dato loro anche un cervello che, lo dicono purtroppo le notizie odierne relative ai tassi di occupazione femminile, ancora non ha sufficiente dignità sociale per pesare quanto quello di un uomo. Una lettura che mette sotto osservazione convinzioni ataviche talvolta accettate in modo acritico, per ricordarci quanto questa mancanza di consapevolezza, allargata alla società intera, possa generare eventi drammatici.



 

 

 
 
 
 

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