Madrigale senza suono

Madrigale senza suono

La lettera che nel gennaio del 1960 riceve da Los Angeles il professor Glenn E. Watkins è decisamente stravagante, sin dal suo incipit: basti pensare che il primo accadimento cui si fa riferimento è il ritrovamento di una scimmia. Capitata, chissà come e perché, nella piscina della villa dove risiede il più grande compositore che vi sia, Igor Stravinskij, assistito da Vera, la seconda amatissima moglie, da qualche domestico e in particolare da un’infermiera piuttosto energica nonché di lontane e fumose origini ucraine e dal marito di lei, che parla un miscuglio assai stravagante di inglese, spagnolo e non solo. Ciò che però turba più di tutto Stravinskij, che lo affascina e gli dà da pensare, è un altro ritrovamento, quello di uno scritto che getta nuove luce su una storia assai nota: quella di Gesualdo da Venosa, grande musico d’epoca rinascimentale e barocca passato alla storia anche come plurimo omicida. A quanto pare il testo è stato vergato da un servo, alla cui esistenza però l’autore de L’uccello di fuoco e de La sagra della primavera, che sta lavorando, non senza difficoltà (perché tanti interpreti odiano letteralmente i madrigali) alle opere di Gesualdo, non crede assolutamente: e così, tra un cocktail di medicine e una pausa forzata dal lavoro, inizia a raccontare…

Andrea Tarabbia è un traduttore (dal russo: a lui si deve in italiano Diavoleide di Bulgakov, e del resto l’immagine di copertina del suo sito è quella, scattata quasi venti anni fa, dell’ingresso dell’appartamento numero 50 di via Sadovaja a Mosca), romanziere e saggista che ha collaborato anche con diverse riviste, autore fra l’altro di un reportage sull’eutanasia, che vive a Bologna con la famiglia ma è nativo della terra degli amaretti, ossia Saronno. In quest’opera articolata su diversi piani temporali e strutturata come un doppio libro (uno, in puro stile manzoniano o à la Borges, un antico manoscritto ritrovato scritto, pare, da un servo deforme della cui esistenza reale però il lettore contemporaneo dubita, l’altro il commento di proprio pugno fatto da parte del suddetto lettore contemporaneo, ossia il grande Stravinskij, impegnato ad ammirare ed elaborare i componimenti secenteschi del protagonista della storia) realizza un ampio, riuscito, sintetico e simbolico apologo dell’arte, dei suoi tormenti e della relazione di essa, e del suo universale anelito alla bellezza, con la vita e il suo squallore. La prosa è colta, metaletteraria, raffinata e brillante, dal taglio elegante, intensa e coinvolgente, ben caratterizzata soprattutto dal punto di vista della ricostruzione storica di un’epoca meno indagata di tante altre sia dalla letteratura che dalla critica, e si muove dalla suggestiva e complessa reale vicenda di Gesualdo da Venosa, vissuto a cavallo fra Cinquecento e Seicento nell’allora regno di Napoli, compositore di sublime musica polifonica, sacra e soprattutto madrigali, opere per lo più per tre o cinque voci, ma anche assassino – costretto, dice Tarabbia, dalle voci, dai pettegolezzi, dalla mentalità dell’epoca, che non gli consente la possibilità di una reazione differente – della moglie/cugina e del di lei amante.



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