Mafia

Del 1863 è la commedia I mafiusi di la Vicaria di Giuseppe Rizzotto e Gaetano Mosca. Ambientata nel carcere di Palermo, narra di una società di malavitosi che impone il pizzo ai detenuti e, nell’ultima scena del primo atto, racconta l’incontro tra l’Incognito, detenuto politico nel quale molti intravedono la figura di Francesco Crispi e il capo dei camorristi Funciazza. Il primo spiega al secondo che, una volta caduta la tirannide borbonica, non occorrerà riunirsi in associazioni criminali per ottenere la difesa dei propri diritti, ma basterà entrare nelle società di “mutuo soccorso”. Se prima del 1863 numerosi fenomeni malavitosi, subordinati alla politica e ai potentati fondiari, non avevano ancora il nome di “mafia” ma ne covavano i germi, ecco che la commedia dà un nome al fenomeno mafioso. Due anni dopo, il termine viene adoperato in un rapporto dal prefetto di Palermo e il suo uso passa dal linguaggio corrente a quello ufficiale. E il linguaggio descrive un modo di rapportarsi alla politica e alle relazioni umane che è così perfettamente sintetizzato nelle parole di Isaia Sales, citato, tra i tanti, da Nicaso: “Vivere fuori dalle regole e usare violenza non viene considerato un fatto meritevole di disprezzo morale e sociale, e ancora oggi sopravvive in parti consistenti della società italiana. Si tributa ammirazione ai furbi e ai violenti”. Il saggio ripercorre la storia della mafia in Italia e dei suoi rapporti con il potere dalle origini ai giorni nostri. Vi incontriamo eroi della lotta alla mafia come Falcone e Borsellino ed esempi di collusione profonda, come quello di Andreotti, sfuggito alla condanna perché “il reato si era estinto per prescrizione”…

Antonio Nicaso, considerato uno dei massimi esperti di criminalità a livello internazionale e autore di molti libri su mafia e ‘ndrangheta, ci offre qui una chiarissima e acuta analisi del nascere del fenomeno mafioso, del suo radicarsi in un territorio, ma soprattutto degli elementi della sua profonda e multiforme capacità di costruire un modello esportabile basato su una fitta rete di complicità e di relazioni. Non si tratta solo di un fenomeno “meridionale”, dunque, ammonisce l’autore, ma di un fenomeno capace di radicarsi e di espandersi ovunque, come la cronaca giudiziaria e le analisi sociologiche più recenti hanno tante volte provato: “La mafia si riproduce nel tempo e nello spazio grazie alla sua capacità di impiegare e accumulare capitale sociale”, sostiene il sociologo Rocco Sciarrone, citato dall’autore, perché i mafiosi sono capaci di intrecciare relazioni e reti ampie in ambiti istituzionali diversi nei quali mobilitano uomini e capitali per realizzare i loro fini. Un interessante capitolo è dedicato nel libro alla “mitologia della mafia”, quella creata dai film e dalle opere letterarie. Se Leonardo Sciascia ebbe ben chiaro come la mafia sia fenomeno complesso, del quale politica e società spesso assumono comportamenti, silenzi, complicità, allusioni, alcuni film invece hanno coltivato e ancora coltivano, con ambiguità, il mito del mafioso romantico, non alieno da qualche sentimento di giustizia (In nome della legge; Il padrino; la serie tv de La piovra e altri film e sceneggiati fino a Il capo dei capi), sminuendo la gravità delle azioni e dei comportamenti mafiosi, che nella vita reale non sono mai a favore e a difesa dei poveri e dei deboli.



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