Mai ci eravamo annoiati

Mai ci eravamo annoiati
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Jen Fain lavora per il tabloid “Standard Evening Sun” e come tutti a New York, tranne gli intellettuali, ha vissuto diverse vite e alcune le vive ancora. Per un certo tempo ha creduto di non avere autentici interessi – niente teatro, concerti, musei, collezioni di francobolli – ma solo ambizioni e legami intensi con le persone, tanto che ha iniziato ad autodefinirsi una “portaborse della vita emotiva”. Qualcuno poi le ha detto: “Devi immergerti nelle cose”. E così ci si è immersa: nei gialli, negli spot pubblicitari, nelle riviste di attualità. Corre in lungo e in largo nelle brevi parentesi fra mesi di ozio…

Nel 1971 Mai ci eravamo annoiati di Renata Adler regala una ventata di novità alla letteratura americana: le vicende di una giovane donna a New York sono raccontate in prima persona ma con discontinuità, senza trama né coesione temporale. Solo pochi anni prima, nel 1963, Sylvia Plath con La campana di vetro aveva descritto un’altra ragazza, Esther Greenwood, intenta a cercare la sua strada nella stessa metropoli. Tra i due libri c’è stata la rivoluzione del ’68 e si vede: se Esther immaginava la sua vita come un albero di fico sul quale ogni frutto rappresentava un futuro possibile ma “sceglierne uno significava rinunciare per sempre a tutti gli altri”, la protagonista di Speedboat (questo il titolo originale dell’opera di Adler) assapora non una sola esperienza ma qualunque cosa le capiti, in assoluta libertà. C’è chi giura di rileggere Mai ci eravamo annoiati ogni anno scoprendoci di continuo qualcosa di nuovo e chi lo tiene sempre a portata di mano, aprendolo a caso come una Bibbia laica. Mai ci eravamo annoiati è un diario di viaggio, sono gli appunti di un’antropologa, è un Tristi tropici che non rivela un luogo esotico bensì una vividissima New York sul brulicante tappeto degli anni Settanta. Eppure più della città che non dorme mai spicca la protagonista Jen Fain: sa piegare la frenesia della Grande Mela alle sue esigenze, cogliendone le possibilità come fossero fili d’erba da intrecciare sulle dita. Oggi Renata Adler ha quasi ottant’anni, scrive ancora sul “New Yorker”: non si è fermata un attimo.



 

 

 

 
 
 
 

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