Maigret è prudente

Maigret è prudente
Al 36 del Quai des Orfèvres sta accadendo qualcosa di strano. Nell’ufficio dell’ Ispettore capo Maigret della polizia giudiziaria arriva una misteriosa lettera. Le dita spesse dell’ispettore, retaggio genetico dei suoi natali contadini, scorrono questa carta profumata e costosa: la calligrafia è perfetta, la grammatica precisa. La cosa davvero bizzarra è il contenuto di questa missiva: qualcuno vuole avvisare il commissario che a breve un omicidio sarà commesso. Maigret capisce, data la sua esperienza, che l’epistola non è un falso, le parole sono misurate ed il tono con il quale lo scrivente si rivolge a Maigret è pacato e gentile. Indagando proprio sulla rarità di questa  carta, scopre che a Parigi vi è un unico affezionato compratore, il signor Parendon, un abile avvocato di Diritto marino. Proprio da casa Parendon è partita quella lettera, ed è in quella casa che secondo l’anonimo informatore  verrà ben presto ucciso qualcuno. Maigret inizia ad interrogare gli abitanti della grande magione, passa intere giornate in quel luogo subendone le asfissianti influenze, quell’atmosfera cupa e alienante mina il subconscio dell’ispettore alterando in questo modo le sua facoltà di giudizio. Perché qualcuno pensa che in questa casa verrà commesso un omicidio? E chi verrà ucciso? Il basso e grassoccio avvocato Parendon? La ricca e isterica moglie? I due figli adolescenti? Qualche collega di lavoro o addirittura una delle tante persone che fanno parte del personale di servizio di casa Parendon? Maigret riuscirà a ritrovare la calma  e il distacco necessario nel modo migliore che conosce, passeggiando per la “sua” affascinante Parigi…
Come lo stesso titolo ci suggerisce, Maigret è prudente, siamo giunti ad un punto di rottura molto importante. Nessun omicidio è stato commesso, Maigret non ha idea da dove iniziare ad indagare e per la prima volta dopo oltre settanta casi lo stesso poliziotto mette in discussione le sue doti investigative. Simenon stravolge l’archetipo del romanzo noir francese che lui stesso ha aiutato a far nascere. Nessun crimine è stato commesso, trovare il colpevole è come cercare un ago in un pagliaio, nessun indizio, tutti gli alibi sono di ferro. Simenon ci mette davanti ad un’esistenza monotona, quella del sig. Parendon e famiglia. Una famiglia normale con qualche segretuccio di poco conto, questo è quello che vede all’inizio della sua indagine il poliziotto. Il tempo che passa in quella grande villa ad interrogare tutte le persone che ci vivono o ci lavorano intorbidisce i sensi del commissario, la sua mente un tempo fresca e reattiva è ricoperta da una patina oleosa di apatia e malinconia. Vivendo in quella casa come un vero Parendon, in un ambiente noioso, asfissiante, castrante, i sensi di Maigret vengono offuscati da un ingombrante velo di Maya, la verità è lontana ed inafferrabile. Le descrizioni dei personaggi, la loro psiche è degna del miglior discepolo di Freud, l’autore ci regala un’insalata di personaggi estremamente veri e reali, condita da un pizzico di mistero e ambiguità, mescolata ad una scenografia inerte e sonnecchiante. Un esercizio di stile gustoso e ben riuscito.

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