Malùra

Malùra

Mimmo si appresta a lasciare il carcere dopo tredici mesi il carcere palermitano dell’Ucciardone. Lui, che è un uomo di sport, ha conquistato un record: sono 127 giorni consecutivi che nessuno prova ad abusare sessualmente di lui. Ripassa mentalmente l’elenco di persone che spera gli si presentino a breve davanti agli occhi. La moglie. La figlia. I genitori. Un fan. Ma, come in verità sospettava, non è venuto a prenderlo nessuno. Davanti all’Ucciardone ci sono solo macchine e un caldo infernale. Uno in motorino passa e si fa il segno della croce in direzione di qualcuno dentro al carcere. Usa tutt’e due le mani, con un equilibrio sovrannaturale. Palermo del resto è una città che vive di equilibri. E di attenzioni. Quelle che lui non ha ricevuto quando è stato dentro. D’un tratto, però, un clacson. Qualcuno lo chiama. Mimmo gli va incontro. Gli tremano le gambe. Lo sconosciuto, un tipo vagamente assurdo, secco secco, col ciuffo di lato mezzo brizzolato, chiuso in una Maserati 228 rossa del 1989, targata Roma, è l’unico che si è ricordato della sua uscita dalla galera. E i ricordi riaffiorano anche per Mimmo. La punta del coltello sulla schiena, la voce rotta, le braccia legate, la lotta. E poi l’obbligo, le ore passate insieme senza guardarsi. Perché se ti arrendi in galera a farti fare quello che per tutta la vita hai cercato di evitare poi il giorno dopo non puoi rispondere che hai mal di testa. Diventi la bambola gonfiabile di tutta una serie di facce ammaccate. E di tutte le persone che Mimmo avrebbe voluto trovare ad aspettarlo fuori, quella che ha provato a stuprarlo in carcere era definitivamente l’ultima. Ma…

Per malùra nel vernacolo della terra di Pirandello e Camilleri si intende – lo riporta la stessa citazione in esergo – uno stato di prostrazione profonda, una vera e propria crisi nera fisica ed emotiva che mette a rischio la sopravvivenza stessa dell’individuo. Che è in effetti quella che si trova a vivere il protagonista del nuovo e raffinato romanzo, pieno di temi, livelli e chiavi di lettura, ironico, emozionante, scabro e rocambolesco, intenso ed empatico, che parla di amicizia, affetto, riscatto, dignità, rapporti transgenerazionali, del giovanissimo autore, già finalista al premio Calvino, che prende per mano con sicurezza e abilità il lettore conducendolo in un viaggio fisico e spirituale, nei meandri di una Sicilia affogata dall’afa (e la carrozzeria arroventata di una Fiat Ritmo classe ’88 non aiuta…), senza ombre eppure ancestrale e misteriosa, e nei sentieri più reconditi di un’anima in pena. Quella del personaggio principale di questa storia, Mimmo Calò, che è stato baciato dalle luci della ribalta perché divo di una trasmissione sportiva locale ma che ora, uscito dopo più di un anno di custodia cautelare dalla galera, a Palermo, ha perso tutto e tutti. Solo il padre gli resta accanto, solo il padre sa che cosa voglia dire avere un amico importante, solo il padre sa cosa voglia dire perderlo, solo il padre lo spinge a fare di tutto per riallacciare i rapporti con Pier Francesco. E per ritrovare, finalmente, un centro di gravità permanente, e il senso della vita e delle cose.



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