Mal tiempo

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È un pugile a fine carriera, stanco ed esausto. Ha la faccia tumefatta e le ossa delle mani scricchiolanti. Conosce bene la boxe e per questo ha deciso di appendere i guantoni al chiodo. Eppure, quando il suo maestro e padre putativo Rouslan Karelin gli chiede di aiutarlo nell’accompagnare alcuni promettenti boxeur francesi a Cuba per uno stage, non sa dirgli di no. L’isola caraibica gli si rivela in tutto il suo fascino contraddittorio: il caldo abbacinante, i colori, i fianchi provocanti delle donne, il sapore intenso del rum, ma anche una povertà stridente che la rivoluzione non ha saputo estirpare. I giovani pugili cubani che si allenano con i ragazzi portati dalla Francia lo impressionano. Sono veri atleti, sottoposti ad una rigida disciplina, fatta di sacrificio, rinuncia e sudore. In modo particolare è colpito da un ventenne, Yoangel Corto, un peso massimo straordinario, dotato di potenza e tecnica al tempo stesso. Tra i due nasce un legame di amicizia. Corto non è solo forte, ha dentro di sé una rabbia misteriosa, inspiegabile, che lo spinge a non dare retta a nessuno, a ribellarsi al mondo che gli ruota attorno. Il suo essere imprevedibile però gli fa commettere errori imperdonabili. Una sera in una discoteca, dove festeggia la vittoria sul campione del mondo in carica Euryales Alfonso, finisce per picchiare uno straniero che lo ha provocato. A toccare i turisti a Cuba si paga un conto molto salato…
Nella letteratura e nel cinema la boxe è un tema ricorrente. Basti pensare a Hemingway, Mailer, Conrad, o ad un film come Toro scatenato di Scorsese. La noble art rispetto alle altre discipline sportive si porta dentro una sofferenza dolorosa che può far male sia allo spirito sia al corpo. David Fauquemberg ne fissa con precisione la tragicità che la contraddistingue in uno stile asciutto, essenziale, pulito e lirico. I personaggi di Mal tiempo sono già degli sconfitti in partenza, ma con tutto ciò non si arrendono, combattono fino alla fine, facendosi fare a pezzi come il gallo cieco da combattimento di El Chino, un amico di Corto, il quale non indietreggia di fronte all’avversario che non vede. Nel pugilato – dice il protagonista – non puoi sceglierti il finale, sali sul ring e in un attimo sei diventato vecchio. Del mondo pugilistico il giovane scrittore francese coglie con realismo i respiri più profondi: gli odori acri delle palestre, il sudore, le creme protettive, il sacco da allenamento, i combattimenti, il pubblico scalmanato dalla lotta e dal sangue. Il quadrato, più che successo, è dolore e paura. Barnett, un allenatore irlandese, ricorda che un suo amico per salire sul ring beveva whisky su whisky, perché da lucido non ne sarebbe stato capace. La boxe tra le dita di Fauquemberg assurge ad amara metafora del male di vivere, fatto di tormenti, impotenze, struggenti malinconie. Il problema è che questo male puoi accettarlo, non cambiarlo. Lo stesso discorso vale per Cuba, rappresentazione viva della disillusione rivoluzionaria. Lo Stato castrista sembra essersi fermato all’assalto della Moncada, al posto della modernizzazione e democratizzazione del paese ci sono miseria, edifici cadenti, voglia di andar via. “Qui, niente si sistema. Mai” dice Corto al protagonista. Parla del regime, ma le sue parole sono rivolte a qualcosa di più profondo: alla rassegnazione di fronte al proprio destino. Mal tiempo nel raccontare i drammi quotidiani di anonimi eroi del ring ci descrive con incisività la dura lotta del vivere, alla ricerca di una libertà perduta (o forse mai esistita). Dopo Nullarbor, il suo primo romanzo, Fauquemberg si conferma autore di notevole spessore, abile nella costruzione narrativa e nel sapiente utilizzo delle parole. Leggerlo è un piacere. 

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