Maledetta mafia

Maledetta mafia
Nonostante abbia passato parecchi anni in Venezuela, la famiglia Aiello ha mantenuto le tradizioni, i valori e le abitudini della Sicilia: ed è così che cresce Piera, tornata a Partanna, nella valle del Belice, ancora bambina. Quando Nicola Atria - del cui padre si vocifera sia un mafioso, ma ufficialmente è un solido e conosciuto allevatore - la chiede in sposa, la famiglia acconsente e dopo un breve fidanzamento Piera passa da una vita in qualche modo controllata dalla famiglia ad una sorta di sottomissione al marito. Ci prova a ribellarsi a certi atteggiamenti del futuro suocero prima e del marito poi, ma spesso sono botte. Negli anni ’80 l’emancipazione femminile in Sicilia è ancora lontana e Piera alla fine - vuoi per amore vuoi per la giovanissima età - cede alla vita che le impone il suo nuovo cognome. Una vita che nasce sotto una cattiva stella: la luna di miele è bruscamente interrotta dall'omicidio del suocero e pochi anni dopo, a soli  ventun anni, Piera resta vedova. Nicola viene infatti ucciso sotto i suoi occhi da un picciotto di un'altra famiglia. Il desiderio di una vita diversa per sé ma soprattutto per sua figlia, il dolore e la paura si trasformano nella decisione di diventare una collaboratrice di giustizia. Non è una decisione facile, e non è facile la vita a cui va incontro, dal momento in cui si confida con un maresciallo dei carabinieri e diventa ufficialmente una ‘pentita’ si complica ancora di più…
Un racconto diviso in due, il prima e il dopo, che si intrecciano e si confondono scivolando continuamente uno nell’altro e viceversa. Con questo resoconto puntuale (anche se raccontato in modo semplice) si comprende cos’è un collaboratore di giustizia, quanto può essere difficile la sua vita, soprattutto se si pensa che Piera non è una pentita: lei non è mai entrata nelle logiche criminali, le ha subite ma non ne ha fatto parte. Difficile immaginare cosa significa non essere più una persona ma un’entità senza identità, non avere un codice fiscale, cambiare nome e luoghi continuamente, non poter aprire un conto in banca né fare una delle mille piccole cose che ognuno di noi durante il giorno fa senza pensarci. Arriva ben chiara al lettore la paura che ogni sguardo rivolto a tua figlia sia lo sguardo di un affiliato, sia una minaccia, il peso di non poter dire a tua madre e tuo padre dove sei, sentirti un parassita perché vivacchi con lo stipendio che ti passa lo Stato. Non puoi avere un lavoro, non puoi e non vuoi intrecciare rapporti interpersonali. I lettori più smaliziati e informati potrebbero restare delusi dall’apparente superficialità del libro, ma questa non è un’inchiesta, è la vita di una donna: e se anche non ci sono i soliti nomi noti, tranne Borsellino – la cui morte per inciso avrà un peso notevole nella vicenda personale di Piera – questa vicenda personale induce a riflettere su quanto sia radicato il substrato mafioso nella nostra società, su quanto siano numerosi questi eroi sconosciuti e silenziosi, e su quanto siano importanti.

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