Maltempo

Sabato mattina. Calogiuri, in licenza dalla scuola ufficiali, è passato a trovarla in Procura. Ed è successo, non si sa come ma è successo. Si sono trovati, lei poggiata alla scrivania e lui di fronte, le mani sotto il maglione rosso, le dita fresche che si muovono con abilità. Ad Imma Tataranni non importa che la porta possa aprirsi all’improvviso. Ed infatti si apre, proprio sul più bello e Pietro, suo marito, entra con il caffè. Un sogno, si è trattato solo di un sogno, per fortuna, o forse no. L’unica cosa reale è che è sabato e lei deve andare in Procura. E piove, piove troppo spesso ultimamente. Lungo la strada che la conduce in Procura, una fila di manifesti, abusivi, con le immagini dei candidati alle prossime elezioni regionali in Basilicata, non fa che aumentare il suo nervoso. Una volta in ufficio, senza perdersi in convenevoli, si fa consegnare da Diana, la cancelliera, gli incartamenti del caso Neica, un rumeno ucciso in un campo, per il quale già da settimane è stato tratto in carcerazione preventiva un altro rumeno, ma la Tataranni non è del tutto convinta della colpevolezza di quest’ultimo e vuole vederci chiaro. Oggi la Piemme è davvero di cattivo umore ed il biglietto che Diana le recapita poco dopo non migliora certo la situazione. E chi sarebbe ora questa Donata Miulli, che le scrive di avere rivelazioni importanti sull’affare dei petroli in Val d’Agri, sull’oleodotto di cui Imma ha tentato di bloccare la costruzione? Ci mancava solo questa mitomane! D’altra parte lettere anonime, minacce e proposte sono ormai diventate pane quotidiano. Ma Donata Miulli, chiunque sia, non demorde e qualche giorno dopo la Piemme se la ritrova di fronte, uscendo dalla Procura: una ragazzina coi capelli ramati e le labbra carnose, probabilmente rifatte. Torna alla carica asserendo di avere rivelazioni scottanti sull’onorevole Martelli, il candidato alle elezioni regionali, del quale è stata l’amante...

È brava Immacolata Tataranni in De Ruggeri, donna del Sud che concilia radici e modernità, odiata da molti per il suo atteggiamento spigoloso e per il suo rigore, Pubblico Ministero e, contemporaneamente, madre e moglie. Imma è diversissima dal solito cliché della figura investigativa. È una che conduce le indagini e allo stesso tempo si occupa della spesa, segue una pista e nel frattempo pensa con orrore al prossimo pranzo domenicale con i parenti, fa sesso con il marito ed intanto indulge a fantasie proibite sul suo collaboratore - il quasi maresciallo Ippazio Calogiuri - oppure si perde nel ricordo di un interrogatorio appena concluso. È un’anticonformista, la Tataranni, proprio perché è tradizionale e non cerca di essere né moderna, né originale; non le interessa essere popolare, ma giusta; l’idea del femminismo non la sfiora, ma è una femmina vera, che non si adegua ai modelli dominanti e se ne frega del consenso altrui. È spesso malvestita, acquista i suoi abiti all’outlet e non si cura degli accostamenti cromatici o di stile, ma è intelligente e determinata ed affronta con convinzione e con successo ogni battaglia, svela ogni intrigo ed assicura alla giustizia ogni assassino. Ticchetta - con un equilibrio assolutamente instabile ed un piglio inappuntabile - sui sassi di Matera, per le strade di Roma, negli studi di Cinecittà o nei corridoi della Procura, tra deputati e Lolite, alla ricerca della verità, quella verità che Donata Miulli ha cercato vanamente di raccontarle, legata alla sua terra, la Basilicata. Terra in cui convivono e si mescolano, non senza attriti, antiche superstizioni, tradizioni popolari e le ombre del progresso. La dottoressa Tataranni ne esce vittoriosa e vincente, una volta ancora, e straordinariamente simpatica.

 


 

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