Manhattan beach

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I Kerrigan erano ricchi, o almeno così pensavano Eddie e Agnes quando potevano permettersi serate nei locali notturni, oggetti preziosi e sfizi vari. Quando però l’America viene travolta dalla Grande Depressione, si accorgono piano piano che la ricchezza è davvero un’altra cosa. Nonostante questo, i contatti più o meno amichevoli con personaggi che gravitano ai limiti della legalità permettono a Eddie di tirare avanti in qualche modo. La famiglia ‒ che oltre alla moglie consta di due figlie, una delle quali gravemente disabile ‒ divide il piccolo spazio in cui vive con la sorellastra di Eddie. Agli incontri con gli “amici” che in qualche modo lo fanno lavorare, lui si porta dietro la figlia Anna. La porta con sé anche quando va ad incontrare Dexter Styles nella sua grande casa sulla spiaggia. Molti anni dopo, in piena Seconda guerra mondiale, quando di Eddie non si hanno più notizie né tracce, Anna ‒ che ormai è una giovane donna, non ancora sposata né fidanzata ‒ vive ancora con la madre e la sorella, dividendo il suo tempo fra l’industria bellica in cui lavora e la disabilità della sorella, per la quale stravede. Non lega con le colleghe e non ha amiche, un po’ per il suo carattere un po’ per il suo atteggiamento: per questo in pausa pranzo preferisce uscire a guardare le navi che contribuisce a costruire. Durante uno di questi brevi vagabondaggi intorno al porto, vede in azione i palombari e inizia a fare il possibile per poter diventare una di loro. Mentre coltiva il suo sogno, accadono tante cose, che daranno una svolta inaspettata, ma forse desiderata, alla sua vita...

Vincitrice del Premio Pulitzer nel 2011 con Il tempo è un bastardo, Jennifer Egan è una scrittrice difficile da classificare: impossibile racchiuderla in un genere perché i suoi numerosi romanzi sono un mix di idee e ipotesi di scrittura sperimentale. Con Manhattan beach ‒ attesissimo, fra l’altro ‒ ha deciso di cimentarsi con qualcosa che si rifacesse al Grande romanzo americano. Una storia familiare che abbraccia il periodo che va dalla Grande Depressione alla fine della Seconda guerra mondiale. Non il racconto di una dinastia, ma la vita ‒ anche faticosa – di una famiglia normale, con qualche collusione con la malavita, che in quel periodo era cosa abbastanza comune. Una prova coraggiosa da affrontare, che però non si può definire del tutto riuscita. La protagonista (o meglio il personaggio che lega in qualche modo tutti gli altri) è Anna, la figlia di un uomo un tempo ricco che scopre improvvisamente quanto sia sottile la differenza fra lo star bene in tempi normali e il trovarsi ai margini in tempi di crisi. Una donna che non si piega alle consuetudini e decide addirittura di diventare la prima donna che farà parte delle squadre di palombari, quelli che operano sulle navi da guerra, del porto di New York. Una figura bella nella sua particolarità, che compensa le inevitabili miserie umane che la toccano con una sorta di rettitudine morale. Qui più che mai, lo sguardo della Egan è attento allo sfondo sociale su cui si muovono i suoi personaggi, sia dentro che fuori dalle quattro mura di casa. La scrittura appare però un po’ fuori sincrono con la storia, troppo eterea e filosoficamente rarefatta: è come se la Egan inseguendo la sua visione (nello specifico, un mare carico di simboli antichi) proceda un po’ troppo “con la testa tra le nuvole”, prendendosi anche libertà stilistiche che a tratti hanno il sapore del mero esercizio di stile. La frammentarietà del plot, poi. È l’anima del romanzo, ma ne rappresenta anche per certi versi il tallone d’Achille: chi ha amato i suoi romanzi precedenti potrebbe trovarsi spiazzato, forse anche deluso.



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