Mani in alto

Mani in alto
”Mani in alto, questa è una rapina”. Ad urlare, a far paura, pistole in pugno e spavalderia nell'animo, sono tre giovani bolognesi: Daniele, Paolo, Romano. Nell'Italia del secondo dopoguerra c'è tanta, troppa fame: di anni rubati dalla paura, di spensieratezza e futilità incredibilmente necessarie. Si vuole, si cerca come si può, di lasciarsi alle spalle le magre stagioni di privazioni: finalmente è arrivato il momento di chiedere il conto alla vita, di cercare donne dai fianchi generosi, di avere le tasche piene di soldi. Nemmeno tre ragazzi qualunque, senza lode e qualche infamia da nascondere, fanno eccezione: perché nel nuovo, chiassoso “rinascimento” non dovrebbero tentar fortuna? L'amicizia che li lega è nata tra i muri sporchi e l'aria consumata del Carcere di San Giovanni in Monte: lì, spartendo razioni contate e qualche spiraglio di libertà  proveniente dall'esterno, fiorisce e si consolida un legame che sa di rivincita. Così, una volta fuori, Daniele, ex brigata, Romano il “bello”, ex partigiano, e Paolo, ex membro della Decima Mas, mettono da parte le divergenze politiche e affidano ad una moneta il proprio destino: croce uguale retta via, lavoro onesto, casa, famiglia, stipendio regolare; testa, invece, tutto il resto, adrenalina, denaro facile, giornate d'azione. Testa, poi, fu: l'inizio delle prime, piccole e studiate rapine nelle banche della città, di un sodalizio umano e criminale capace di superare anche i momenti più difficili. Solo Daniele, nel gruppo, sente il richiamo delle sirene di un'esistenza noiosa ma sicura con la sua Maria: Paolo e Romano, invece, sono freddi e determinati, decisi a riprendersi sotto forma di “cose” e potere la giovinezza trascorsa in galera. La banda Casaroli avrà carriera breve e fulminea: qualche titolo sulla stampa, qualche chiacchiera in giro per Bologna, qualche sberleffo dalla vera “mala” e un velo di fama ad avvolgere le loro gesta, perché nonostante l'inesperienza tutto sembra essere semplice. Fino al colpo gobbo del Banco di Sicilia di Roma, in viale Trastevere: l'inizio di una inarrestabile discesa verso la fine...
“Il mondo è sempre diviso tra chi alza le braccia e chi le fa alzare”: a sentenziarlo è Romano Ranuzzi, il “bello” della banda Casaroli, e a giudicare da come sono andate le cose in Italia non gli si può dar torto. Mani in alto è il romanzo di una piccola, improvvisata e determinata banda criminale: ma anche cronaca e istantanea di un preciso periodo della storia del Paese, sfiancato dalla miseria e fertile di grandi speranze. L'autore, Claudio Bolognini, concittadino dei “suoi” ragazzi, racconta in questo libro le gesta di una gang nostrana i cui semi furono gettati in carcere, i primi passi mossi nel ricco capoluogo emiliano, e il cui crollo fu decretato dalla rapina al Banco di Sicilia di Roma. Quelli della banda Casaroli sono gli anni di gruppi violenti dai nomi stravaganti (del Destino, del Lunedì, del Soldato nero), e delle notizie di colpi grossi fatti nei lontani, leggendari Stati Uniti: i paesi, i boschi, pullulano ancora di armi facili, residuati bellici che rendono labile il confine tra delinquenza e resistenza. Daniele, Romano e Paolo, una volta fuori dal carcere che li ha fatti incontrare, comprendono che la strada della legalità, della normalità che rende pecore senza carattere, non si addice alla loro energia, alla naturale bramosia troppo a lungo repressa. Mani in alto ripercorre così le imprese epiche e casalinghe di Casaroli e dei compari, le azioni sfrontate, i successi ottenuti: allo stesso tempo Bolognini ricostruisce il contesto in cui il gruppo si mosse come una stella cadente, un retroterra fatto di fumosi incontri di boxe e domeniche in camporella, il nostro passato in bianco e nero, le grandi città ancora vuote che si preparano a ricevere vagonate di braccia e valigie. Mani in alto, a metà strada tra la rabbiosa disperazione di Gioventù bruciata e la desolata disillusione de Il ponte della Ghisolfa, trasforma la storia in opera d'arte, restituendo l'epopea di criminali che si potrebbero definire "innocenti": tutti d'un pezzo, capaci di tener fede ad un patto d'onore preferendo la morte alla vergogna del tradimento. Dalla banda Casaroli, oggi, rimangono pochi sbiaditi ricordi: un plauso, dunque, va a Bolognini, che con stile semplice, diretto, calandosi nei panni di antenati che un tempo furono solo ragazzi, ha saputo dare smalto e vitalità a queste figure di delinquenti d'antan. Ad una banda di giovani bramosi, nata, forse, solo per una scommessa.

 

 

 

 
 
 
 
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