Mani bucate

Mani bucate
Ogni anno un quantitativo spropositato di denaro transita dalle casse pubbliche alle casse dei privati. Un fiume di soldi che gli italiani versano, attraverso le tasse, e che vanno a finire dritti dritti a rimpolpare le tasche di imprenditori e le casse delle loro imprese. Un numero talmente imprecisato da fare impallidire i cosiddetti dati ufficiali, che non sono in grado di contenere il dato vero, la cifra reale di questo sperpero. Neanche lo Stato sa quanto versa e per una questione molto semplice, talmente banale da creare sacche di speculazione inaudite: il meccanismo di concessione dei fondi è strutturato in maniera caotica e declinato in una miriade di leggi di spesa finanziate da centinaia di enti erogatori che hanno a disposizione svariati modi per pagare le aziende. Così, in questa bolgia, ognuno è libero di dichiarare quello che vuole certo che nessuno sarà mai in grado di effettuare i controlli necessari per smentirlo, eventualmente. E se c’è chi intasca da un lato, c’è anche chi eroga dall’altro: lo Stato, i fondi europei, gli interventi regionali. Ma quanti sono questi soldi? Nel bilancio del 2010 si parla di 40 miliardi di euro sborsati dallo Stato e spariti nei sussidi ad aziende di ogni foggia, misura ed italica latitudine. Storie di imprese grandi e piccole dalla Fiat ai produttori di bottoni, tutte dedite al loro sport nazionale: accedere a sconti fiscali e traccheggiare sul pagamento delle imposte. Con un risultato: se è difficile stabilire quanti soldi spendiamo per farcire le aziende, figurarsi scoprire quante sono quelle sussidiate…
Il solito lavoro certosino a cui chi scrive per i tipi di Chiarelettere ci ha ormai abituati. Per scoprire come si sprechi il denaro pubblico e soprattutto quanto se ne sprechi serve risalire tutta la filiera dei finanziamenti fino a raggiungere la fonte spulciando migliaia di rapporti di centinaia di centri di spesa. Documenti in cui sono scritti nero su bianco i nomi di società banche e multinazionali che hanno “rubato” (si può dire) miliardi di euro senza produrre alcunché in termini di crescita o di occupazione. Cobianchi svolge un lavoro di inchiesta imbevuto di nomi e numeri, conti e incartamenti in cui non si risparmiano nemmeno nomi grossi come la Fiat o i Moratti in un tourbillon di richieste di aiuti, l’apoteosi scenica del sussidio, l’acme dello sperpero. Non è una lettura immediata, una lettura da ozio, diciamo. Richiede molta attenzione: i non addetti ai lavori, quelli che hanno poca dimestichezza con le voci dei bilanci o con le leggi finanziarie potrebbero ogni tanto smarrirsi, dover tornare indietro, sbatterci un po’ la testa, insomma. Resta il fatto che è l’ennesima lettura necessaria per capire dove vanno a finire i soldi dei contribuenti, farsi un’idea, quindi, di quanto i pachidermi economici privati, tutto sommato, vivono, vivacchiano o prosperano grazie al sussidio dei fondi pubblici.

 

 

 

 
 
 
 
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