Manicomio football club

Bruce Grobbelaar ha solo diciassette anni quando saluta il suo Sudafrica per abbracciare la divisa dell'esercito della Rhodesia. Lui è uno di quelli che non ha molte alternative. Quando non è in prima linea col fucile alimenta il suo unico sogno, il pallone. Ed è proprio grazie a quel sogno che un giorno il giovane Bruce decide di mollare tutto, prendere un volo e volare in Canada, dove diviene in poco tempo la “saracinesca” – un po' sgraziata – dei Vancouver Whitecaps. Pochi mesi dopo diviene chiaro a tutti che quel campionato minore va stretto a quel ragazzo talentuoso. Così nel 1981 sbarcano dall'altra parte del mondo dirigenti in colletti bianchi direttamente dalla patria del calcio. Sono venuti per lui, e sulle giacche hanno lo stemma del Liverpool. Tre soli anni dopo, quello strambo personaggio che in pochi nello spogliatoio sopportano ha a disposizione le telecamere di tutto il mondo per mettere in scena il suo personalissimo show. A Roma c'è la finale della Coppa dei Campioni e davanti alla sua porta c'è schierata proprio la Roma di Bruno Conti e Agostino Di Bartolomei... Un sabato come tanti. Un sabato di settembre del 1993. Fiorentina e Brascia si giocano la loro partita nell'inferno della serie B, lontane anni luce dal calcio che conta, dal palcoscenico che a loro compete. In campo lo spettacolo latita, ma gli scontri son sempre vibranti, duri. Alla fine la Fiorentina riuscirà a portare a casa la posta in palio e in sala stampa si presenterà per l'intervista di rito Mister Lucescu, l'allenatore del Brescia. Ha la camicia sporca di sangue e dice di aver visto Pasquale Bruno sferrare due cazzotti in faccia a Lerda, tanto forti da aprirgli la faccia. “Forse aveva le mestruazioni”, è la risposta di Pasquale Bruno ai giornalisti che lo incalzano chiedendogli conto del sangue sulla camicia di Lucescu...
Ci sono tutti in questa mitica e altamente esplosiva formazione messa in campo dal giornalista e scrittore Andrea Romano per il suo Manicomio football club. C'è tra i pali l'incubo dei romanisti, il molleggiato Bruce Grobbelaar, sulla difensiva 'O animale Pasquale Bruno, Goikoetxea, il macellaio di Bilbao – chiedere a Maradona del perché del soprannome - poi Tony Adams e Taribo West – sì, quello che alle rimostranze di un attonito Marcello Lippi sul perché non rimanesse in difesa rispose con un serafico “Dio mi ha detto che devo giocare in attacco”. Poi una mediana ad altissimo tasso etilico grazie a Gazza Gascoigne, Roy Keane e Best e per chiudere un attacco di fuoco che va da Eric Cantona passando per Edmundo fino a chiudere in bellezza con Giorgione Chinaglia come centravanti di sfondamento. Una formazione che verrebbe voglia di vedere realmente sul campo, fatta di geni - e brocchi - che hanno fatto della sregolatezza il loro marchio di fabbrica. E Romano le descrive mirabilmente, le gesta di questi eroi decadenti e decaduti che hanno saputo regalare al calcio quel pizzico di inarrivabile follia, sale quotidiano per un sport che spesso ha nei suoi protagonisti delle semplici figurine buone per gli spot della Nutella. Ah, dimenticavo. Una banda di svitati siffatta non poteva non essere guidata in panca che da Raymond Domenech, “l'attore”, quello che grazie alla sua proverbiale crociata contro Les Italiens, riuscì nell'incredibile impresa di finire talmente antipatico ai cugini francesi da risultare alla fine persino simpatico a noi italiani!

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