A mano disarmata

A mano disarmata

Tutto ha inizio nel 2013. Federica Angeli, cronista de “la Repubblica”, ha deciso di svolgere un’inchiesta sulla mafia a Roma, partendo proprio dal luogo in cui vive ed è cresciuta: Ostia. Una mattina, insieme a due operatori, si reca all’Orsa Maggiore, uno dei settantuno stabilimenti balneari del litorale romano; mesi e mesi di indagini le hanno fatto scoprire che ora appartiene ad Armando Spada, esponente di spicco di una delle tre famiglie che a Ostia fanno il bello e il cattivo tempo insieme ai Fasciani e ai Triassi. Roba grossa, e Federica se ne accorge quando viene letteralmente sequestrata in una stanza per tutta la mattinata. Vogliono spaventarla, intimidirla, costringerla a consegnar loro le riprese fatte fino a quel momento perché, a Ostia, comandano loro. Sono proprio queste le parole che Spada dice a Federica: “Ma come ti viene in mente di venire a fare domande qui? Qui stanno tutti nelle nostre mani: polizia, carabinieri, vigili, finanza, politici. Damme retta, Roma è tanto grande, va’ a fa’ lo scoop da ‘n’ altra parte. Ma non ti sei chiesta perché sono quarant’anni che comannamo noi? Eppure sei de Ostia. Sta bene a tutti così, no? Qua comannamo noi e contro di noi non vince nessuno. Manco tu”. Ma Federica non si fa spaventare; non abbassa la testa. E da quel giorno decide che deve andare avanti, che deve scavare, anche a scapito della sua incolumità. E quando i delinquenti alzano il tiro, iniziando una vera e propria operazione di minaccia costante, la giornalista si rende conto che quella che sta combattendo è una battaglia contro un mostro ben radicato e ramificato. Perché, oltre a fare il suo lavoro, quello di raccontare, Federica ha fatto qualcosa che a Ostia nessuno faceva mai da tempo: ha denunciato. Ed è per questo che il 17 luglio del 2013 le è stata assegnata una scorta. Un giorno che ha cambiato la sua vita e quella della sua famiglia…

Millesettecento giorni sotto scorta. È il tempo che la giornalista Federica Angeli racconta nelle pagine di A mano disarmata; pagine che colpiscono, che fanno male, che inducono a riflettere, che gridano con forza di non abbassare mai la testa davanti alle minacce, alle sopraffazioni, al malaffare. Alla criminalità. Il racconto della Angeli apre una finestra su un mondo malato, deviato, corrotto dalle mani lunghe di un male che sembra incurabile. Ma una cura c’è: il coraggio. Quella di una donna come tante che ha deciso di fare il proprio dovere, come cronista e, soprattutto, come cittadina. A mano disarmata è un libro che racconta anche i disagi familiari; racconta di una madre che ha paura che ai suoi cuccioli possa essere fatto del male; che i proprio cari possano pagare per “colpe” non loro. È un libro che lascia il segno perché, come dimostra l’esperienza di Roberto Saviano, la parola è una delle armi che più colpisce la criminalità organizzata, perché induce a conoscenza, portando a galla tutto il marcio che galleggia nel sottobosco urbano in cui i clan prolificano. Ecco perché la mano della Angeli, pur essendo disarmata, colpisce come non mai, chiedendo solo verità e giustizia.



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