Per mano mia

Per mano mia
Mancano pochi giorni a Natale, è il 1931, e Napoli si prepara, come solo la città del presepe può fare. I venditori di pesce di frutta e di dolci intrecciano le voci e le grida, tutti si scambiano auguri e abbracci. In via s. Gregorio Armeno, gli artigiani intagliano, limano, colorano le statuine che non mancheranno da nessuna parte, dalla ricca villa alla più misera stamberga. Il brigadiere Maione cammina infreddolito verso Mergellina, chiedendosi come si possa uccidere a Natale. Certo non si dovrebbe uccidere mai, ma nella mente di Maione le immagini sono di bambini che aspettano la mezzanotte. Ci sono le immagini dei presepi costruiti con cura, un pezzo alla volta, spesso dalle mani dei padri. E intanto si chiede perché mai si chiamino Squadra mobile, giacché delle due auto in dotazione una è a disposizione del questore, e l’altra sempre in riparazione. Dietro di lui i due poliziotti in servizio e per ultimo Ricciardi, reduce da un tremendo incidente stradale, in cui ha rischiato la vita assieme a Maione. Sempre solo, irraggiungibile. Accolti da un portiere dedito più all’alcol che al porre attenzione a chi entra ed esce, il commissario e i suoi uomini raggiungono l’appartamento in cui è stato commesso il delitto. Sulla porta, il fantasma della donna, ignaro dello squarcio che le attraversa la gola, gentilmente chiede “cappello e guanti”? Mentre sul letto, nell’altra stanza, il fantasma del “capitano” Garofalo, ripete rabbiosamente che non deve niente a nessuno. L’indagine è delicata, il “capitano” in realtà era un funzionario della polizia portuaria, e Ricciardi dovrà muoversi fra i notabili del Partito, scoprendo di essere un sorvegliato speciale, fra i pescatori vessati dal potere e dalla povertà, fra sospetti di corruzione e moventi personali. Senza fare sconti, senza mai abbassare quegli occhi verdi e trasparenti, senza farsi intimorire da nessuno… 
Che c’è un assassino da arrestare te ne ricordi alle ultime pagine, perché Maurizio de Giovanni non scrive gialli, de Giovanni racconta una città, una Napoli così lontana nel tempo e così uguale a se stessa. Racconta le vite di chi gli sta accanto, le ansie e i dolori le gioie. Vede e sente le ultime parole dei morti, Ricciardi, e da quelle frasi apparentemente senza senso o meglio a cui si possono attribuire mille significati, vive insieme alle vittime quello che le ha portate alla morte. Ci accompagna con la sua dolcezza, con la sua pietas fino alla fine. Ci avvolge con la sua tristezza, con quel segreto che vorrebbe poter dire ma di cui ha paura, e a causa del quale non riesce, non vuole vivere la sua vita di giovane ricco, concentrando tutte le sue energie nel lavoro. E intanto cerca di proteggere chi ama e chi stima. Il dottor Modo, medico legale, antifascista dichiarato, che nel ’31 non è il miglior viatico per una vita tranquilla. Il brigadiere Maione, che deve fare i conti con il suo passato che torna mettendolo di fronte a una scelta terribile, la Tata Rosa, che si sta facendo vecchia, che lo vorrebbe sistemato, e le due donne che lo amano. Leggendo i romanzi di de Giovanni ci si commuove senza vergogna e senza pudore. Si trovano le proprie debolezze e le proprie qualità. Sì, de Giovanni ti mette a nudo, e invece che a Mergellina - fra la povertà dei pescatori che pure preparano il presepe, anche se non sanno cosa e se mangeranno - potresti essere a Parigi, fra le nebbie e le miserie in cui si muove il commissario Maigret. E quando hai chiuso il libro, ti accorgi di aver letto un giallo con tutti i crismi. A chi non lo conoscesse, consiglio di partire con la quadrilogia Le stagioni del commissario Ricciardi. Non è necessario, ma conoscendo la storia personale dei protagonisti se ne segue meglio l’evoluzione.

Leggi l'intervista a Maurizio de Giovanni

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