Manuale del rivoluzionario

Il 5 maggio 1915 Gabriele d’Annunzio, di ritorno da un volontario esilio francese di alcuni anni utile a sfuggire ai molti creditori che lo perseguitavano, rientrava in Italia per chiamare il suo popolo alla guerra. Comincia da lì un’avventura prima fatta di comizi e discorsi, poi di proclami e di interventi, poi di trincee e di bombe, che lo portarono ad essere il “Poeta armato” della prima guerra mondiale e, subito dopo, di quell’atto di insubordinazione all’ordine dei governi e delle diplomazie che fu il tentativo fallito della costituzione dello Stato libero di Fiume. Per riconquistare Fiume, che i patti internazionali sottraevano alle aspettative italiane, il poeta di Pescara organizzò, nel 1919, una vera e propria “marcia su Fiume”, dove insediò una sorta di governo provvisorio che, a partire dall’anno successivo, fu anche un grande esperimento di democrazia sociale, di libera espressione d’arte e di governo, insomma una sorta di “comunismo senza dittatura”...
Un’antologia dei discorsi di guerra, delle lettere d’argomento eroico, dei proclami fiumani, dello stesso testo della Costituzione del Carnaro redatto da un anarchico amico di d’Annunzio, selezionati e messi insieme ad arte dal curatore Emiliano Cannone, ‘montano’ in questo libro una sequenza nuova del Comandante del Quarnaro o Vate d’Italia: quella del rivoluzionario antimperialista ed anticonformista che, a tratti, apre inquietanti squarci di inatteso profetismo: «I nostri uomini di governo non soltanto non compresero come l’arte e la coltura dovessero essere collocate in vetta al nuovo edifizio, in un paese che si chiama Italia: ma nella nuova costituzione non tennero alcun calcolo delle tendenze secolari che la nostra storia manifesta». Non che fosse nuova, questa “identità” di d’Annunzio violento ed acceso nemico del parlamentarismo e del Senato in particolare, «un organo inutile, un ricovero d’invalidi, una specie di comodo asilo per la vecchiaia», ma certamente da sempre meno conosciuta ai più. Tuttavia, la caratteristica della produzione d’arte di d’Annunzio consente proprio questo: per ogni brano scelto a testimoniare la “rivoluzione” di Gabriele, almeno un altro se ne potrebbe opporre, di pari grado e di medesimo contesto, che ne comprovi la “reazione”. A partire dal 1938, anno della sua morte, settantacinque anni fa, Gabriele d’Annunzio è stato oggetto e soggetto di varie scritture critiche più o meno attendibili: chi gli ha attribuito epiteti – non sempre dignitosi -, chi lo ha ascritto fra gli scrittori erotomani, chi lo ha battezzato ‘Giovanni Battista del Fascismo’, chi lo ha voluto nazionalista, chi protofascista, retore, Vate, eroe, guerriero, esteta amante del bel gesto, ‘dilettante di sensazioni’. Ora, a centocinquant’anni dalla nascita, fra i saldi di fine stagione, è la volta del “rivoluzionario”.
Forse potrebbe essere tardi ma non inutile ricominciare a leggere direttamente i testi di Gabriele d’Annunzio per scoprirlo, finalmente e semplicemente, il più abile e raffinato autore di invenzioni letterarie del Novecento in Italia.

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