Manuale di investigazione

Manuale di investigazione
Il signor Charles Unwin tutti i santi giorni da molti anni percorre in bicicletta i sette isolati che dividono il suo appartamento dall’ufficio in cui lavora, nel grigio grattacielo dell’Agenzia, tentando di schivare la pioggia onnipresente viaggiando con un ombrello aperto legato al manubrio. Un espediente relativamente efficace sulla breve distanza, ma del tutto fallimentare sulla lunga distanza. E da qualche giorno Unwin, uomo metodico e discreto al punto di stare sempre in calzini in casa per non farsi sentire dai vicini, invece di recarsi subito in ufficio come ha sempre fatto ha preso la strana abitudine di passare prima alla Central Terminal. Qui, con i calzoni bagnati di pioggia e sorseggiando un caffè che è solo un mero pretesto, ama contemplare una donna in cappotto scozzese e capelli raccolti sotto un berretto grigio che silenziosa si dispone ad aspettare un treno sul quale non sale mai e dal quale non scende mai nessuno che lei sembri conoscere. Una contemplazione a rigorosa distanza che somiglia molto all’amore ma che viene bruscamente interrotta una mattina dall’irruzione alla stazione del detective Samuel Pith dell’Agenzia, il quale annuncia all’esterrefatto Unwin la sua promozione da impiegato a detective e gli consegna una copia del Manuale di investigazione – IV edizione. Una strana coincidenza, perché proprio la notte precedente il nostro ometto ha sognato il suo superiore – il celebre detective Travis T. Sivert, del quale lui tiene in ordine pratiche e rapporti con meticolosità proverbiale – nudo nella vasca da bagno che gli intimava di studiare bene il capitolo 18 del Manuale: un capitolo che non esiste, perché il libro d’ordinanza dei detective, lo sta controllando egli stesso, arriva solo al capitolo 17. Giunto all’Agenzia, Unwin scopre con orrore che alla scrivania ordinatissima che lui occupa da anni è seduta la misteriosa donna della stazione, che la storia della promozione (che lui riteneva un errore) è proprio vera, che Sivert è scomparso senza lasciare traccia e che il supervisore di entrambi, il Sorvegliante Lamech, è stato assassinato. Quello che Unwin desidera sopra ogni cosa è tornare al suo rassicurante tran tran, ma per poterlo fare deve ritrovare il detective Sivert…
L’ambizioso ed elegante romanzo d’esordio in 18 capitoli (poteva essere altrimenti?) di Jedediah Berry è un mix di Dickens, Kafka, steampunk e noir classico (a tratti l’ambientazione fa pensare all’800, a tratti agli anni ’30) che racconta le vicissitudini di un eroe riluttante scaraventato suo malgrado in un enigma a scatole cinesi disseminato di situazioni surreali e declinato con un registro più ironico che drammatico nonostante i cadaveri sparsi qua e là. I leggiadri giochi di parole (Travis Sivart è un palindromo, per dirne una), i dialoghi forbiti e le atmosfere espressioniste à la “Il gabinetto del dottor Caligari” fanno somigliare la lettura a una passeggiata all’interno di un quadro di Magritte più che all’esplorazione di un plot giallo – e questo se da una parte dona un irresistibile fascino al romanzo dall’altra diluisce inesorabilmente ogni adrenalina, rendendo tutto molto simile a un esercizio intellettuale ed estetico un po’ fine a se stesso, per quanto di qualità extralusso – finale apocalittico-onirico a parte. Jorge Luis Borges una volta ha scritto che la detective story salvaguarda l’ordine in un’era di disordine. Chissà cosa avrebbe pensato di una detective story surrealista.

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