Manuale minimo dell’attore

Manuale minimo dell’attore
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Il problema è arrivare a indurre gli spettatori a familiarizzare e amare lo spazio in cui gli attori andranno a recitare. Si recita molte volte iniziando rallentati, oppure premendo su certi tempi, o, al contrario, addirittura si accelera, perché l’attore indovina, magari sente, di fronte a sé, un pubblico che ha bisogno di essere aggredito, una bestia masochista. Alle volte l’attore è costretto a sputare addosso al pubblico le battute, buttandole letteralmente via. L’attore non attende che lo spettatore le assorba per intero, lo obbliga ad allungare il collo per ascoltarlo, se vuole afferrare quello che dice, perché l’attore è anche fondamentalmente un istrione bastardo che scientemente abbassa a suo piacimento il tono della voce, per poi urlare in faccia al pubblico all’improvviso. Il teatro è uno scontro a cazzotti e carezze senza ring, dove l’arbitro è stato bendato e dove per vincere è permesso praticamente quasi tutto. In teatro si applicano trucchi ed espedienti veramente infami, assolutamente da figli di puttana, non c’è altro termine per descrivere. E questi sono soltanto alcuni degli espedienti che gli attori, tutti gli attori, chi più chi meno, chi meglio chi peggio, utilizzano per capire, per afferrare l’umore del pubblico, per tentare di inserirlo all’interno di un termine, di un ritmo che è quello dell’attore, che vuole portarlo dove vuole, dove gli viene meglio, dove gli fa più comodo, in una dimensione all’interno della quale il pubblico sia controllabile, gestibile, sia alla mercè dell’attore, sia dominato, manovrato, manipolato, in suo completo, totale, assoluto potere: “È ora, è ora! Il potere a chi fa trucchi, gioca basso e il pubblico se lo lavora!”…

La prima edizione è del 1987, la seconda è di dieci anni dopo, in occasione del conferimento a Fo del Nobel per la Letteratura, ed è stata ristampata nel 2009: riprende in tutto e per tutto, con coerenza, nello spirito e nella formulazione originaria il precedente volume, arricchito però di traduzioni, informazioni, aggiornamenti. Nonché di un nuovo indice, ulteriore testimonianza del lavoro svolto negli anni. Introdotto da un prologo che è una vera e propria apostrofe all’attore, che si invita a fare del suo meglio perché il suo mestiere faccia del bene al prossimo suo, e anche una dichiarazione di poetica e di intenti, ricca anche, come il resto del testo, di digressioni e aneddoti personali e non, e imperniata soprattutto sul valore, il senso e il ruolo, rivoluzionario, eversivo, potente della comicità, il testo è classicamente diviso in sei giornate, completato da un glossario e da un indice delle nomi e delle fonti. È un repertorio prezioso, completo, totale, un punto di riferimento, un’enciclopedia in senso diacronico e dialogico dei modi di pensare e fare teatro non solo in Italia ma anche all’estero. Tratta la commedia dell’arte, Arlecchino, il trucco, la preparazione, Croce, Casanova, Diderot, le sacre rappresentazioni, i cavernicoli, mamuthones, Dioniso in Tessaglia, la tragedia e la sua valenza catartica, le maschere, i fauni, Aristofane, Scapino, il grammelot, i giullari, fino a De Sica, Euripide, il valore semantico e simbolico del dialetto, celebri espressioni come “chi si commuove è un cialtrone”, l’odio per trombonismi, cantilene e birignao, l’apprezzamento per l’autenticità, gli attori del Volksbuhne, Ulisse, Bonvesin e i clown: e in tutto questo spicca Fo, unico e insostituibile giullare, che ride sul palco, dove tutto è finzione ma anche verità.



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