Manuale per ragazze rivoluzionarie

Manuale per ragazze rivoluzionarie

Lui ci vuole sempre graziose e accondiscendenti, mai sciatte e depilate a dovere, brillanti ma non troppo ambiziose. Possiamo essere audaci, sì, ma non in modo troppo evidente o aggressivo evitando, possibilmente, di concederci del tutto al primo appuntamento, per non perdere di fascino. Ci è permesso indossare la minigonna se lo riteniamo opportuno, ma guai a lamentarci degli eventuali commenti sgradevoli (e magari osceni) che ci rivolgerà il macho di turno al nostro passaggio – lui è “abilitato al commento”, mentre noi... beh, se usciamo avvolte in un bel lenzuolo non succede niente di sicuro. Matrimonio, famiglia, fertilità dovrebbe essere la santissima trinità che domina i nostri desideri di donne; seguono carriera, soldi e libertà, con un sensibile distacco dalle prime posizioni, perché sì, puoi studiare ed eccellere, ma non sognarti di poter raggiungere una posizione ai vertici e nemmeno di essere adeguatamente pagata. Quella è roba da maschi. Lui non ce lo permette, ci sono dei ruoli ben definiti da rispettare. Lui dice che uomini e donne sono diversi, e che i primi sono nettamente superiori alle seconde; così è fin dai tempi delle caverne, dopotutto: l’uomo è il cacciatore, colui che provvede al sostentamento della famiglia, il padrone assoluto. Alla donna va il grandissimo privilegio di servirlo e di accogliere il suo preziosissimo seme. Niente di più. Lui è subdolo, si nutre di invidia e di ipocrisia e fomenta la competizione, ma sa coccolarti, ha creato per te nei secoli un mondo armonico e illusorio, dove se si seguono le regole non c’è alcun pericolo di farsi del male. Ma Lui chi è? Ci domandiamo, magari canticchiando un ritornello assai noto: si chiama patriarcato e ufficialmente non esiste; è un’entità così astratta, talmente radicata nella società da passare quasi inosservata. Eppure, i suoi volti sono innumerevoli: il datore di lavoro che ti guarda di traverso non appena annunci l’imminente gravidanza; l’amica che ti rimprovera perché quella mattina non ti sei truccata abbastanza; la zia che ti implora di sposarti e procreare prima che il tuo utero dichiari finita la festa; l’ex fidanzato che, in preda ad un ingiustificato delirio di possesso, si apposta tutte le sere sotto casa tua...

Interessante, appassionato, frizzante: potete misurare il vostro grado di femminismo, o capire il tipo di approccio che avete alla questione, riflettendo su questo simpatico saggio scritto da Giulia Blasi, di professione scrittrice, conduttrice radiofonica e giornalista. Specializzata nella questione femminile, ovviamente, che si identifica come una vera e propria lotta per i diritti civili, che nei secoli ha avuto momenti di gloria e di stasi, e che continua imperterrita, approfittando delle falle del sistema patriarcale per inserirsi e portare a casa qualche fondamentale successo. Il patriarcato è un’erbaccia dura da estirpare, una forma mentis che spesso affligge le donne stesse, creando competizione anziché solidarietà, elemento vitale del quale il femminismo - e qualunque tipo di lotta - si nutre e prolifica: si combatte insieme e mai solo per sé stesse, i risultati ottenuti devono portare benefici alla collettività, non al singolo. Se ci concentriamo sugli ultimi anni, assistiamo ad un vero e proprio attacco al genere femminile: stupri dei quali non veniamo mai considerate vittime ma solo bugiarde provocatrici, femminicidi nei quali l’uomo è colpevole solo di “amare troppo” e altre follie del genere. Più “lievi”, ma non meno preoccupanti, gli insulti, le minacce e le provocazioni in Rete, fomentati dagli idioti da tastiera (nella seconda parte del libro c’è un vademecum per riconoscere e aggirare le varie categorie di cretini e haters, con un consiglio prezioso: non controbattere, lasciare che le parole offensive e inutili cadano nel vuoto), nonché le terrificanti campagne a favore della fertilità, che mettono letteralmente al bando coloro che vogliono (giustamente) disporre del loro corpo come gli pare e piace. La Blasi è promotrice anche di #quellavoltache, progetto di scrittura collettiva nel quale tutte le donne (e gli uomini) vittime di molestie sono state invitate a raccontare la propria esperienza, lanciato in risposta alle critiche mosse ad Asia Argento dopo le rivelazioni sullo stupro subito da Weinstein. Un progetto nostrano nato dal basso, a cui i media italiani non hanno riservato grande risonanza - già paghi dello scompiglio generato dal #MeToo in America, identificato come catalizzatore di tutte le campagne del genere - ma che ha avuto invece grande impatto fra i partecipanti: le vittime di molestie si sono confrontate, lasciando indietro i sensi di colpa e attaccando quella cultura del silenzio che mostra la sua debolezza nel disprezzo, e che ottusamente continua a dirci che il mondo deve continuare ad andare in una sola direzione.



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