Marco e Mattio

Marco e Mattio

La valle dolomitica di Zoldo è oggi “paese di gelatai” e Venezia è oramai imbalsamato “luna park per turisti in viaggio di nozze”. Ma una volta, durante un antico pasto del “tempo cancellatore” (e riformatore), Zoldo aveva l’aspetto dei mucchi di carbone, dei tabià e degli altariol, delle fusine fumose, di una grande fabbrica di chiodi, e di miniere dalle quali venivano estratti i metalli che fecero grande anche Venezia; dei boschi sulle pendici dei monti che venivano devastati dai carbonai. Era il 12 settembre del 1761 quando a Casal di Zoldo nacque Mattio Lovat, figlio dello scarpèr Marco e della signora Vittoria. Capelli rossi e lentiggini, Mattio avrebbe presto riparato le dàlmede del villaggio e dei paesi limitrofi, sulla scia d’una famiglia di calzolai, ma prima conobbe don Marco, forestiero enigmatico insediatosi in casa del pievano don Giacomo Fulcis, e comparso a Zoldo per studiare d’erbe, d’animali, di sassi e di stelle. Mattio s’immerge presto in lunghe passeggiate in compagnia di don Marco, per ascoltare il racconto delle stelle e dell’universo. Intorno, le chiacchiere di paese, la diffidenza e le maldicenze e l’odore di polenta. Una notte di capodanno tutto precipita: il pievano viene aggredito, e la perpetua, la giovane Rosa, seviziata e uccisa. Mattio scopre il cadavere in una stanza “dall’odore dolciastro” e poco prima, camminando lungo la strada buia, aveva incrociato tre uomini alla luce dei ferali, i volti coperti da larve di panno bianco: tre Diavoli! Dietro una delle larve, la scintilla di un volto conosciuto: don Marco! Passano le stagioni e Mattio esce dalla valle natale per scoprire Venezia, la Dominante. Venezia dorata dei palazzi nobili e odorosa dei brulicanti mercanti, di costumi, licenziosità e mongolfiere. Da più parti si parla di novità, di scoperte, di un mondo nuovo. Don Tomaso, il prete castrato amico di Mattio, mette in guardia gli zoldani dalla catastrofe imminente, dopo l'azione nefasta dei framassoni: l'Anticristo. E s’avvicina la fine del secolo, Bonaparte e i francesi, la Rivoluzione e la caduta del vecchio regime. Mattio sente di poter e dover salvare il mondo, ispirato dalle parole di don Tomaso e del suo inseparabile Vangelo di Matteo…

Famoso caso clinico per la nascente psichiatria (“la più futile delle scienze umane”), Mattio Lovat finì i suoi giorni in uno dei primi ospedali psichiatrici d’Europa, l’isola di San Servolo, nella laguna veneta. Sulle tracce di Cristo, Mattio è il matto che Sebastiano Vassalli racconta attraverso le tribolazioni del passaggio nell’età moderna: ordine infranto/groviglio confuso/nuovo ordine. Marco è il parallelo e trasversale co-protagonista del viaggio, declinazione dell’Ebreo Errante che segue il Figlio dell’Uomo, s’allarga e si concreta in finanche violente espressioni (da qui il Sogno del finale: quel ripetersi d’un incontro e di un’aggressione, un ripetersi che si protrarrà fino al ritorno del Messia). Oppressi e miseri, i poveri affamati insieme ai pitocchi e ad altra fauna umana dei margini vagabondano per le piane venete, i banditi si raccolgono intorno al Robin Hood delle Dolomiti, gli eserciti i vessilli e i dominatori s’alternano nei palazzi e sulle piazze; l’Anticristo avanza e la Chiesa muta pelle. “Bonaparte [...] cresceva ovunque come un tumore maligno, e crollava il mondo di don Tomaso: il mondo antico, in cui i bambini venivano castrati per cantare meglio le lodi di Dio, e in cui gli orologi battevano le ore secondo la tradizione, calcolandole dal tramonto del sole!”. Presente e lontano, Mattio guarda a tutto questo, ma guarda anche le stelle indicategli da don Marco, i mondi dietro il mondo. Si perde in universi di domande. Il corpo accoglie la malattia regnante in quelle zone povere, la pellarina, si toglie la parte scandalosa e strumento di peccato e si auto-crocifigge per salvare l’umanità. Poi, dietro una lacrima, Mattio coglie con lo sguardo Venezia dall’isola nella quale è rinchiuso, e vede più in là i luoghi della sua vita, e i monti delle Dolomiti. Cosmorama fulgido – questa matta percezione di prospettiva e di aderenza ‒ nel diradarsi dei vapori. “La curiosità per la vita al di fuori dell’uomo: nelle erbe, negli insetti, nelle montagne, nei mondi lontani, è il legame che unisce tra loro i protagonisti della mia storia, ed è anche ciò che li unisce al loro autore, la ragione che mi ha spinto a cercarli, e a farli rivivere”.



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