Mare al mattino

Mare al mattino
“Dio nel deserto è l'acqua e l'ombra”: così recita il credo dei disperati, pesante come un sasso  e povero come un mendicante affamato. Jamila e Farid, loro malgrado, imparano presto a recitare la secca preghiera di chi fugge dall'orrore: partendo da una delle ultime oasi del Sahara, madre e figlio abbandonano giorni profumati come datteri per tuffarsi nel mare scuro dell'incertezza. La loro terra, la Libia, se l'è presa un colonnello dai capelli più neri della notte, che mercanteggia il prezzo della libertà in barili di petrolio: che si professa amico, poi nemico, del mondo. A Farid e Jamila non rimane che scommettere su quanto di più prezioso è loro rimasto, la vita nuda e cruda, per non diventare merce di scambio: neppure immaginano che dall'altra parte dell'ignoto orizzonte di sale e sangue ci siano un altro figlio, un'altra madre, ad osservare con occhi ansiosi la linea blu dell'orizzonte. Non sanno che ci sono Vito, diciottenne impaurito dall'età, dai dubbi, e Angelina, anima in pena, figlia di italiani confinati in Libia dal fascismo e scacciati poi negli anni Settanta: abitano in Sicilia, un posto senza fascino per Vito, un'isola amara per Angelina, che dell'infanzia vissuta all'ombra delle palme si porta ancora dentro il rumore del vento. In compagnia dell'anziana madre di Angelina tornano al luogo della prima, vera felicità: imbattendosi però nell'amara verità che il tempo trascorso sulla città, sulle persone, ha cambiato tutto, perfino i ricordi. Così, senza conoscersi, Jamila, Farid, Vito e Angelina s'incontreranno sulle labbra di spuma della grande bocca blu, seguendo traiettorie opposte e complementari puntate verso un'utopica salvezza…
Il mare, al mattino, dovrebbe avere sempre il suono lento e dolce della risacca: quello descritto da Margaret Mazzantini nel suo ultimo lavoro rimbomba invece del pianto degli ultimi della terra, e sfrega, stride, di tutti i sogni lasciati affogare. Mare al mattino è una storia vecchia e giovane insieme: perché non c'è nulla di nuovo nel raccontare l'attaccamento alle proprie radici, il sentimento d'appartenenza ad un luogo su cui abbiamo lasciato posare orme ed attese per il futuro. Abbiamo già ascoltato il racconto di chi è stato costretto a lasciare, a vagare senza meta in un'esistenza che ha perso il proprio baricentro: fa parte di noi, della parte ribelle che presto si dimentica, anelare ad altro, spesso nascosto oltre un banale muricciolo. Mare al mattino, oltre questo, è la narrazione di un viaggio che somiglia ad una lunga, incomprensibile fuga: dalla Libia “fascista”, dove gli italiani sgraditi al regime vennero spediti a coltivare il deserto, passa per la cacciata dei tripolini negli anni Settanta, al rientro mesto e non desiderato in una patria sconosciuta, fino ad incagliarsi ai giorni nostri, allo strazio che ingoia e sputa i cadaveri clandestini di chi cerca una possibilità, una redenzione in terra. È un canto a più voci, un'agrodolce, poetica melodia scritta inseguendo le onde: si scende e si sale, ci si bagna e si spruzza, si beve senza volerlo, poi ci si lascia dondolare sulla punta della lingua. Mare al mattino ha uno stile aguzzo e trasparente, che mette faccia a faccia due diverse disperazioni, due storie d'amore e solitudine: per la Mazzantini chi vorrebbe restare e chi vorrebbe andare, chi ancora spera e chi ha perso risiede in uno stesso, ideale universo i cui abitanti, accomunati dal sentimento dell'umana pietà, possono e vogliono toccarsi oltre le sbarre della sofferenza. Perché l'unico modo per bruciare i pregiudizi, per ritrovarsi e riconoscersi nonostante la lingua, gli anni, le esperienze, è calarsi nei panni dell'altro: indossandone gli occhiali, le scarpe, e mimando una nostalgia solo all'apparenza impossibile. 

 

 

 
 
 
 
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