Martha Peake

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Ottocento. Ambrose riceve una lettera da un suo vecchio zio, che lo avverte che la sua salute sta rapidamente declinando e che vorrebbe conoscere meglio il suo unico parente rimasto. Allettato dalla probabile eredità, Ambrose si mette in viaggio, attraversa la palude di Lambeth e arriva a Drogo Hall, dove viene accolto da un ometto curvo, il maggiordomo di suo zio William. Il vecchio siede davanti al camino, con una coperta sulle ginocchia, un libro e una gran coppa di gin olandese e acqua. Si capisce benissimo che non gli rimane molto da vivere: appare fragile, con la pelle “bianca e sottile come carta nel bagliore del fuoco”. Ambrose però rimane colpito soprattutto dal dipinto appeso sopra al camino: raffigura un uomo robusto, “largo di spalle”, “in piedi contro una brughiera selvaggia”, “un volo di nubi nere attraverso il cielo”; non porta la parrucca, i capelli neri e lunghi sono raccolti con un nastro azzurro. Ha “gli occhi come grandi pozze scure, pieni di vita e di dolore, ma socchiusi, in qualche modo smarriti nell’ombra mentre fissavano un orizzonte conosciuto”. L’uomo ritratto nel dipinto si chiama Harry Peake, è il protagonista di lontani ricordi, di racconti che la madre di Ambrose gli faceva quando era ancora bambino. Storie sulla rivoluzione americana, storie di guerra, storie su una ragazza con i capelli rossi e il moschetto in mano. Zio William intercetta il suo sguardo e annuisce. Invita Ambrose a sedersi accanto a lui, perché vuole raccontargli una storia. È proprio la storia di Harry Peake, nato tra il 1730 e il 1740 in uno sperduto villaggio di pescatori sulla costa settentrionale della Cornovaglia da una donna solitaria e selvaggia, una prostituta chiamata Maggie. Destinato a una esistenza di violenza e degrado, Harry si era salvato grazie al vicario della parrocchia, il reverendo Penwarden, che gli aveva insegnato a leggere e a ragionare. Questo ne aveva fatto un giovane intelligente e pieno di passione, che ben presto aveva conquistato il cuore di una ragazza del luogo, Grace Foy, “allegra e orgogliosa”, i capelli rosso fuoco e un carattere fiero. Grace gli aveva dato una figlia, Martha…

Patrick McGrath ibrida da par suo romanzo gotico e feuilleton regalandoci un memorabile ritratto femminile. Anche se a dominare la prima metà del romanzo non è Martha, ma suo padre Harry: un vero personaggio shakespeariano, un uomo capace di riscattare un’infanzia di povertà e degrado e faticosamente trovare la felicità per poi finire schiantato – non solo spiritualmente – da una terribile tragedia, che lo sfigura. Finito in una Londra tenebrosa che anticipa quella di Dickens, diventa una sorta di fenomeno da baraccone ma il vizio dell’alcol lo porta a compiere il più terribile dei peccati. E sua figlia, ferita insanabilmente nell’anima e incinta, parte per le colonie americane, dove intercetta i moti indipendentisti e diventa una martire della Rivoluzione guidata da George Washington. Grande affresco storico sì, ma a tinte foschissime, il libro di McGrath ha una voce potente e sa avvincere il lettore come i romanzi d’appendice facevano secoli fa, con un più un incedere muscolare che tiene alta la tensione e quel gusto dark che i lettori dello scrittore britannico ben conoscono. Difficile resistere a una combinazione del genere.



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