Martin Bauman

Martin Bauman
Nell’inverno del 1980 Martin Bauman ha diciannove anni ed ha realizzato il suo più grande desiderio: seguire l’esclusivo corso di Scrittura creativa tenuto in una università nei pressi di New York da Stanley Flint, il critico letterario capace di determinare il successo o il fallimento di un aspirante scrittore, punto di riferimento di una vita intera, maestro di scrittura, mentore affascinante e carismatico. Tra meno di venti ragazzi Martin riesce a ritagliarsi un posto di spicco ed è l’unico a cui, alla fine del seminario, Flint dirà: “Sei l’unico che, ne sono certo, avrà successo come scrittore”. Ma anche: “Ho paura per te, Bauman. Tu sei eminentemente corruttibile”. Già, perché il successo, ammesso che giunga, richiede un prezzo alto, quasi faustiano, in un mondo spregiudicato e spietato com’è quello letterario newyorchese. E poi c’è la vita privata, intrecciata strettamente alla carriera: la crescita e l’educazione sentimentale di Martin dovranno fare i conti con la scoperta e l’accettazione della propria omosessualità e il bisogno di viverla fuori dalla clandestinità, confrontandosi con le fragilità, le difficoltà e i riti della vita di coppia e della famiglia tradizionale...
Martin Bauman è un vero e proprio romanzo di formazione narrato in prima persona, in cui Leavitt, di cui il protagonista è un alter ego, racconta di sé, ripercorrendo le tappe della propria vita, dall’iniziazione alla scrittura nei primi anni ottanta alla notorietà nella chiusa comunità letteraria newyorchese, dalla sregolata vita, sentimentale e non, alla ricerca di affetti veri attraverso le paure della malattia e della morte e tutte le ossessioni della società americana nei confronti del mondo gay. Parliamo di uno dei romanzi più belli di David Leavitt, giunto al successo a soli ventitré anni con la raccolta di racconti Ballo di famiglia e poi con La lingua perduta delle gru, considerati classici del minimalismo americano. Con questo romanzo l’autore si cimenta con una storia autobiografica sì ma di più ampio respiro, che affresca a vividi colori le mode letterarie, i costumi sessuali, le ipocrisie della società newyorchese degli anni ottanta, nel ritratto di una generazione alla ricerca di una stabilità apparentemente impossibile. Alla delicatezza, alla rara sensibilità e alla capacità di analisi psicologica proprie della sua scrittura romantica e commovente, Leavitt affianca sovente episodi spietati e crudi che evidenziano l’incredibile onestà nel narrare e narrarsi. Questa sincerità portò, all’epoca in cui il romanzo fu pubblicato per la prima volta, ad una certa irritazione in diversi personaggi più o meno noti che vi si riconobbero e ad un certo divertimento nel gioco del “who’s who”, come scrisse il Lambda Book Report. Molti, ad esempio, nell’editor carismatico Stanley Flint ravvisano Gordon Lish, del quale Leavitt aveva seguito con passione le lezioni di scrittura creativa. Un libro da non perdersi, dunque, anche perché  poche volte capita una lettura così profonda ed interessante e allo stesso tempo così agile e scorrevole.

 

 

 

 
 
 
 
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