Mary e il mostro

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Giugno 1812. Mary ha quattordici anni e sta viaggiando – da sola e terrorizzata per questo – a bordo della goletta “Osnaburgh”, diretta verso la Scozia. Si sente “una lettera da non restituire al mittente” e il ricordo del viso triste del padre quando l’ha accompagnata a bordo le spezza il cuore. La matrigna non è nemmeno andata a salutarla e neanche i suoi fratelli, che erano a scuola. Solo le sorelle Fanny e Claire hanno pianto un poco quando la nave è salpata. Mary sta andando dalla famiglia Baxter, perfetti estranei che però un giorno hanno scritto a suo padre, il pensatore anarchico-socialista William Godwin, dicendosi suoi ammiratori: lui – in grandi difficoltà economiche, pieno di debiti e tormentato dalla seconda moglie – ha colto la palla al balzo e ha chiesto loro di ospitare per un po’ una delle sue figlie. Mary è sicura: se sua madre fosse stata ancora viva, tutto questo non sarebbe successo. Ma a uccidere l’anticonformista Mary Wollstonecraft è stata proprio lei: ha resistito solo dieci giorni dopo averla partorita e alla fine si è arresa ad un’infezione. È stato allora probabilmente che il padre ha cominciato ad andare in pezzi. Il brillante intellettuale che regalava libri alle figlie Mary e Fanny (frutto di un precedente legame della moglie scomparsa) invece che bambole e le faceva partecipare alle serate in compagnia dei suoi amici famosi (il favorito di Mary era Coleridge, che recitava le sue poesie e faceva le ombre cinesi sulle pareti) ad un certo punto, dopo qualche anno vissuto con l’inerzia degli anni precedenti, si è trasformato in un uomo sconfitto, piegato, che si guadagnava da vivere scrivendo e stampando libriccini per bambini. E poi è arrivata lei, “quella vicina chiacchierona e antipatica che si faceva chiamare la vedova Clairmont, anche se non si era mai sposata”, con i suoi due figli, Claire e Charles. Godwin l’ha sposata forse per dare una madre alle figlie, ma ha dato loro una terribile matrigna, che comanda il marito a bacchetta e favorisce spudoratamente i suoi due figli e quello che nel frattempo ha avuto da Godwin trattando Fanny e Mary come serve. E ora la più piccola delle due è in viaggio verso l’ignoto, verso una nuova casa e una nuova vita, mentre la sorella più grande è ancora “prigioniera” della tristezza della casa di Londra…

Mary Wollstonecraft Godwin – passata alla storia con il cognome Shelley, che prese dal poeta Percy Bysshe Shelley, con il quale avviò una tempestosa relazione nel 1814, a soli sedici anni e malgrado lui fosse già sposato (relazione che portò due anni dopo al suicidio della moglie di lui, Harriet Westbrook) – è passata alla storia per aver scritto Frankenstein o il moderno Prometeo, uno dei romanzi più rivoluzionari e iconici della storia della letteratura, ancora celeberrimo dopo due secoli e probabilmente destinato ad esserlo in eterno. E anche le circostanze della nascita del suo capolavoro sono celebri e davvero uniche: in due o tre tempestosi giorni d’estate del 1816, in una villa isolata di montagna presso Ginevra, ospiti di Lord Byron, John William Polidori, Percy e Mary Shelley e la sorellastra Claire Clairmont e lo stesso Byron passarono il tempo inventando storie spaventose, due delle quali – Il vampiro di Polidori e per l’appunto Frankenstein – destinate a diventare classici della letteratura. Eppure questo non è tutto: Mary visse una vita romanzesca, piena di terribili lutti e avventure da film, frequentata da personaggi famosi che segnarono il destino di questa donna tenace e anticonformista. Lita Judge, illustratrice di libri per bambini originaria dell’Alaska ma statunitense d’adozione, ha incontrato Mary Shelley nel 2006, quando ha letto per la prima volta Frankenstein: “Quando ho scoperto che l’autrice lo aveva scritto a diciannove anni mi sono chiesta: come è possibile che una ragazza abbia scritto un libro così potente? E che ostacoli avrà dovuto superare per farlo, in un secolo in cui a quasi tutte le donne era precluso persino lo studio? Incuriosita, lessi un paio di biografie della Shelley, scoprendo la sua vita drammatica e memorabile”. Nel 2010 la Judge fu colpita da una grave malattia autoimmune che la costrinse per mesi e mesi a letto, fiaccata da terapie molto pesanti. In quel periodo buio ascoltò molte volte un audiolibro di Frankenstein e iniziò a fantasticare di dedicare a quella storia terribile e meravigliosa un libro illustrato. Solo nel 2012 però – una volta che le sue condizioni di salute furono migliorate – cominciò effettivamente a lavorare al progetto, per prima cosa leggendo i diari di Mary Shelley, le poesie del marito Percy e i libri della madre Mary Wollstonecraft. Nel 2013 la Judge iniziò a buttare giù i primi schizzi, che un anno dopo inviò alla sua agente assieme alla sinossi, per una prima valutazione. Era un periodo molto delicato per lei, ancora convalescente (camminava con un bastone) e molto fragile psicologicamente: “Ricordo che dopo aver spedito quella e-mail crollai seduta sulle scale, sudando e tremando, quasi in lacrime. Per fortuna dopo soltanto un paio d’ore mi rispose chiedendo di vederci per parlarne”. Ci sono voluti però altri cinque anni di duro lavoro, di disegni e scrittura, di editing e riscrittura per arrivare in libreria nel gennaio 2018, in occasione del duecentesimo anniversario della pubblicazione di Frankenstein. Mary e il mostro è una sorta di diario in versi, raccontato in prima persona dalla Shelley e illustrato a tutta pagina da bellissimi acquerelli in bianco e nero (il testo è stampato sopra alle illustrazioni). Estetica dark e introspezione, femminismo e romance, horror e richiami alla letteratura vittoriana: tutto si mescola e contribuisce a rendere la lettura emozionante, densa, affollata di richiami (non è forse la vita di Mary Shelley una favola dei fratelli Grimm?). Un libro pensato per un pubblico YA ma che è perfetto e godibile anche per gli Adults che Young non sono più.



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