Mary Shelley e la maledizione del lago

Mary Shelley e la maledizione del lago
Siamo nel 1791 e William Godwin e Mary Wollstonecraft si conoscono per la prima volta allo stesso tavolo dell’editore Joseph Johnson. William è prossimo a scrivere il suo Enquiry concerning political justice, lei è già autrice di A Vindication of the Rights of Woman. Si incontrano nuovamente solo cinque anni dopo e nel frattempo le loro vite sono cambiate. Mary si è dedicata all’insegnamento, ha aperto due sfortunate scuole per l’infanzia, si fa passare per la moglie di un eroe di guerra americano, è madre della piccola Fanny ed ha tentato il suicidio per ben due volte…  eppure per Godwin diviene imperativa la lettura di A Vindication of the Rights of Woman e Letters written in Sweden, Norway, and Danmark, opere che lo legano completamente a quella donna fino al loro matrimonio nel 1797. Nell’agosto dello stesso anno, Mary Wollstonecraft muore dando alla luce Mary Godwin. La futura Mary Shelley cresce da sola con il padre e la sorellastra Fanny e nella loro casa si avvicendano, scrittori ed intellettuali amici del padre, persino un poeta, fresco di pubblicazione, di nome Samuel Taylor Coleridge. La sua educazione segue i precetti della madre, “letture, letture, e ancora letture… autodisciplina, onestà, abnegazione, addestramento alla curiosità e soprattutto un grande utilizzo della ragione”. Qualche anno dopo Willian Godwin si risposa con Mary Jane Clairmont, che ha già una figlia, Jane. I rapporti con la nuova moglie del padre non sono dei migliori, ma con Jane nasce un rapporto più complice. È proprio lei, una decina di anni più tardi, ad organizzare la fuga d’amore tra la sorellastra Mary, di soli sedici anni,  ed il poeta Percy Bysshe Shelley, già sposato e padre di due figli…
Perché una biografia romanzata? Perché ipotizzare dialoghi, supporre stati d’animo e situazioni? Probabilmente per ricostruire una personalità, una vita intera, lasciando per un attimo da parte la figura letteraria per dare più spazio alla Mary donna, moglie e madre, non solo alla scrittrice. Sarebbe stato impossibile, allora, se non incauto, iniziare una biografia su Mary Shelley senza parlare dei suoi illustri genitori. In realtà uno dei temi più battuti dall’autore, ossia il senso di responsabilità/emulazione/reverenza che la Shelley sentiva verso di loro, forse il desiderio di avere anche lei un ruolo nel mondo letterario. Un ruolo spesso osteggiato da una società non ancora abituata alla figura di una intellettuale donna, tanto più colpevole di una manifesta relazione con un uomo sposato. Intento di Angelini è, poi, quello di ricostruire la genesi del Frankenstein; raccontando di Mary e Percy Shelley, dei loro viaggi, degli scandali, le tragedie, del soggiorno a Ginevra presso Villa Diodati in compagnia di Lord Byron e John Polidori e di un ménage familiare sin troppo aperto per l’epoca, va alla ricerca di fonti, indizi e suggestioni: “le spiate di Mary fuori allo studio di Godwin a sentir parlare di Galvani e degli esperimenti sui cadaveri, e dei trafugatori di tombe… i soliloqui esaltati di Shelley nel cimitero di St Pancras che evoca la magia, gli spettri e il potere dell’elettricità, il castello di Burg Frankenstein a Darmstad…”. Sono soprattutto, però, le tante maternità negate (i tre figli morti e l’aborto della Shelley) a creare maggiori analogie tra vita reale e creazione letteraria, a rivelarsi, in altre parole, come uno dei cuori più intimi del Nuovo Prometeo: generare la vita, volerla generare a tutti i costi e non avere nessun potere su di essa.

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