Mason & Dixon

Dicembre 1786, Filadelfia. In questi giorni di neve è diventata un’abitudine irrinunciabile per i piccoli figli di J. Wade LeSpark, stimato commerciante della città, riunirsi per una merenda pomeridiana e ascoltare le meravigliose storie raccontate dal Reverendo Wicks Cherrycocke, uno zio materno giunto in città per il funerale di un suo vecchio amico, Charles Mason. Ghiotto di dolciumi e caffè, il Reverendo di solito dribbla con bonomia le richieste di storie di indiani, nemici francesi “o meglio ancora donne francesi” del suo imberbe auditorio, mantenendosi in un solco rassicurante, ma stavolta ha deciso a quanto pare di regolarsi diversamente: si parte con un’impiccagione. I bambini esultano e Cherrycocke inizia a raccontare nel suo stile fiorito di quando fu arrestato e tradotto in catene alla Torre di Londra in seguito a una serie di oscure e - ovviamente - precipitose accuse. In quell'abisso orribile finì quasi sull’orlo della follia, e poiché le autorità in caso di demenza offrivano ai detenuti la scelta tra il manicomio e l’imbarco forzato, si ritrovò sulla fregata di Sua Maestà “Seahorse”, 24 cannoni al comando del Capitano Smith…
I protagonisti di questo monumentale romanzo sono realmente esistiti: si tratta di Charles Mason (1728-1786) e Jeremiah Dixon (1733-1779), gli astronomi, esploratori e cartografi inglesi che tracciarono e mapparono il confine tra Pennsylvania, Maryland, Delaware e West Virginia tra 1763 e 1767, un confine non solo geografico ma anche culturale e storico quando – dopo il 1780 – divenne nell’immaginario collettivo la linea di demarcazione tra società schiavista e società libertaria, tra progresso e reazione, tra passato e futuro degli Stati Uniti. Questa impresa però a dire il vero viene narrata solo a partire da pagina 251 (con buona pace degli estensori delle recensioni che si trovano in giro per il web, che misteriosamente tralasciano metà del libro). Prima e durante è un caleidoscopio di personaggi surreali, dialoghi complessi, vicende intricate: il tutto mediato da una ricerca linguistica certosina, uno stile assieme barocco e avant-garde per niente facile da leggere, un bombardamento di maiuscole. “Benvenuti nel XVIII Secolo, Signore e Signori!” declama stentoreo Pynchon indossando un cappello da impresario circense. “Vi pare un Tempo Remoto e Bizzarro? Non Lo è Affatto, invece! Anzi, somiglia Forse più di qualsiasi Altro Periodo Storico alla nostra Contemporaneità”. Illuminismo e animismo, scienza e superstizione, ragione e meraviglia convivono gomito a gomito, in un caos colorato e – perché no? – postmoderno. Voltaire legge il “New Yorker”. Ma comincia dalla pagina delle vignette.

 

 

 

 
 
 
 
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