Matrimonio in brigata

Matrimonio in brigata
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Lunabianca ogni notte scende al borgo dalla morosa. Un’operazione molto pericolosa: un tedesco o un repubblichino potrebbero notarlo e seguirlo, scoprendo il covo dei partigiani lassù sulla montagna. Il comandante è comprensivo: “Se sei sicuro della tua donna, portala su; non manca lavoro anche per lei”. Ma c’è un problema, la ragazza ci tiene a stare con suo partigiano, ma ad una sola condizione: sposarlo. E che matrimonio sia, in brigata e celebrato dal comandante in rappresentanza del governo libero, anche se lei, religiosa, avrebbe voluto il prete... Peter, un russo, piomba in casa di Serafino ubriaco duro, tenendo il fucile appeso al collo come fosse una collana. Parlando un italiano stentato dice di essere prigioniero dei tedeschi e di essere fuggito mentre i suoi carcerieri dormivano. Serafino, reduce dalla campagna di Russia, accoglie il fuggiasco come si accoglie il ricordo di un’avventura. Peter non farà mai nulla per i tedeschi, ma si prepara a diventare partigiano, come Serafino... Mario va in bicicletta in un maggio vivace pensando al duro lavoro clandestino prima che gli alleati arrivino fin lì. Ma lui non potrà vederli perché il piombo gli ha oscurato la vista ed i tedeschi si sono presi la sua vita in un rastrellamento. Di Mario rimarrà il ricordo, e una brigata garibaldina che porterà il suo nome... Roberto corre dopo che la sua casa è stata rasa al suolo. Sente nella sua corsa il rumore di un’altra corsa; deve disseppellire le armi, ma cade e si ritrova faccia a faccia con il Signor Vittorio, il fascista, una spia, un servo dei tedeschi. Si sente braccato e proprio allora realizza che quella sua rabbia ha un fine ed uno scopo: salire in montagna, diventare partigiano... L’Amedea fa la staffetta per i gappisti, un lavoro rischioso che le appunta sul petto il triste ricordo del marito rastrellato in campagna dai tedeschi e subito giustiziato, mentre lei, schiaffeggiata e spintonata, la lasciano in una piccola fossa gelata...
Questi sono solo alcuni dei personaggi che Renata Viganò tratteggia nei suoi intensi racconti racchiusi in questa raccolta. Storie familiari a tutti coloro che hanno combattuto durante la Resistenza: partigiani alla mitraglia, staffette in bicicletta e contadini che pur senza istruzione capiscono bene da che parte stare. Un gigantesco affresco di figure comuni, altrimenti relegate all’indifferenza, che si trasformano in personaggi epici, eroi del loro piccolo mondo. Renata li descrive con una scrittura semplice e lineare, eppure così piena ed intensa, con la chiara impronta di chi quell’esperienza l’ha vissuta sulla pelle. E lei, meglio conosciuta per L’Agnese va a morire, quella stagione l’ha considerata “la cosa più importante nelle azioni della mia vita”. In questa raccolta, edita postuma nel 1976 e quasi sconosciuta ai più, si ha una percezione latente, ma lontana del dolore, mentre si avverte più concretamente il senso della rabbia, la radice profonda dell’essere partigiano, la contrapposizione netta e profonda tra i buoni ed i cattivi: da un lato coloro che abbracciano in vita, fino alla morte, la brigata e dall’altro i fascisti, i tedeschi e le spie. Tra i racconti sbuca, commovente, la sua guerra partigiana, sorta di summa autobiografica di lei e di tutte le Agnese che hanno punteggiato la Resistenza. Donne del popolo senza paura, perché così bisognava fare, perché “la donna del popolo è combattente, quando combatte per sè e per i suoi, sia contro la povertà in pace, sia per vita in guerra, la guerra partigiana non maledetta come quella di conquista, ma accettata e condotta per vincere i nemici di ogni tempo, oppressori in patria e aggressori stranieri”.

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