Matteo Messina Denaro

Matteo Messina Denaro
L’Assoluto si nasconde da venti anni e di lui non abbiamo altro che una foto con gli occhiali da sole. Lo pedinano in tanti e nessuno lo trova eppure non si fa mancare nulla. Riesce, nei suoi nascondigli, a fare da ponte tra la vecchia concezione della mafia e la nuova proiezione della criminalità organizzata, in grado di fondere insieme le rigide regole della latitanza con le luci brillanti della dolce vita. Matteo Messina Denaro non è semplicemente il boss di Castelvetrano, quello che dopo la cattura di Provenzano è il ricercato numero uno e capo indiscusso della nuova mafia. Matteo Messina Denaro è molto di più, quasi una figura mistica dalla ferocia inaudita, un uomo che le donne venerano e per il quale sarebbero disposte a fare di tutto (anche comprare l’ultima edizione di un videogioco) e che gli uomini rispettano per l’intelligenza e l’acume con cui riesce ad intessere alleanze, legami, patti con ‘ndrangheta e camorra. Diventa nel tempo il crocevia delle più torbide trame politiche, delle peggiori manifestazioni criminali ed al centro delle più scottanti eversioni in cui sono coinvolte le logge massoniche deviate siciliane. Il Ministro degli Esteri della mafia, lo chiamano, per i suoi traffici in mezzo mondo. Ha in sé il carisma del criminale à la Robin Hood, l’idea incrostata del mafioso che ruba ai ricchi per dare ai poveri, e la spietatezza tipica dei corleonesi e proprio del corleonese per eccellenza, Totò Riina, Messina Denaro è il pupillo, “il fiore all’occhiello”, quello che pare essere stato designato dallo stesso boss come suo erede naturale. E se del suo maestro gli resta la spietatezza, ad essa affianca anche una inedita mentalità imprenditoriale, una lucidità di visione che lo porta ad accaparrarsi i favori delle imprese, a cooptarle per il raggiungimento dei suoi disegni. Pedine addomesticate della grande distribuzione, del cemento, delle energie rinnovabili. Non più nemici. L’Assoluto diventa anche il depositario dei segreti della trattativa dei Graviano e degli archivi di Totò Riina prima che questi fosse arrestato; la mente del primo tentativo fallito di uccidere Falcone e dell’attentato ordito in via Fauro a Roma il 14 maggio 1993 ai danni di Maurizio Costanzo; l’uomo che stringerà forti patti con la Camorra ed i Nuvoletta. Messina Denaro è un vero personaggio camaleontico che si muove agilmente tra omicidi, politica e traffici internazionali. Temuto anche dai boss di Palermo, sembra incarnare in tutto e per tutto l’uomo della Provvidenza, senza la cui volontà non si muove nemmeno una foglia. I suoi pizzini sono una vera e propria dichiarazione di appartenenza ad una tradizione antichissima. Più antica dello Stato, come si dice a Trapani…
Fabrizio Feo forte di una grande scuola giornalistica un giorno rincorse il fratello del boss chiedendogli: “Perché Matteo non si costituisce?” e l’uomo, infastidito e stupito al tempo stesso, rispose: “Ma che domanda è?”. È la tipica risposta di chi si sente superiore. Superiore addirittura allo Stato, al quale si sostituisce, ovviamente. Feo parte da questo episodio per intrecciare un libro che parte proprio dalla qualità più importante della nuova mafia che Messina Denaro ha contribuito a modellare: l’aspetto camaleontico. Cioè quello di esserci e non apparire; la capacità di essere trasversale alle trame eversive ed allo stesso tempo ai meccanismi politici e quella di essere dentro la Sicilia e al di fuori di essa senza la pretesa di alcuna mira espansionistica. Feo scartabella gli archivi, studia le carte e ci lancia interrogativi interessanti, primo fra tutti: “Chi è davvero Matteo Messina Denaro?” Di lui, fisicamente, sappiamo poco, a parte la famosissima foto che qualcuno ha pensato anche di stampare sulle magliette o sui muri in stile pop art. I fatti, la storia, gli intrecci parlano per lui. Anche i pizzini e le lettere delle donne che lo hanno amato e lo amano parlano per lui. La mafia del camaleonte ce lo dipinge attraverso le testimonianze e i documenti in un lavoro tutto sommato inedito sulla figura più sfuggente della criminalità organizzata siciliana. Getta una luce preziosa, a volte anche intima, su colui che ha fatto da ponte tra la vecchia e la nuova mafia e durante la lettura lascia il sapore di quelle vecchie inchieste fatte con rigore, quelle à la Joe Marrazzo per capirci e di Marrazzo, appunto, Feo è stato allievo. E si vede.


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