Mediorientati

Mediorientati

Nel luglio 2014 un giornalista italiano è impegnato nelle mansioni di inviato in Terra Santa. È la terza settimana di guerra, in una fase in cui per le strade del sud di Israele si vedono solo ruspe, fuoristrada, camion che trasportano carri armati, logistica e tanta polizia. Lo scenario ha un’estensione territoriale di un quarto della città di Londra e anche nell’area ad esso esterna non si è del tutto al sicuro: si contano, infatti, sei morti civili in territorio israeliano. Dopo Ashkelon, una delle città più colpite dai razzi palestinesi, i militari fermano il veicolo con a bordo l’inviato e i suoi collaboratori, chiedendo i documenti di riconoscimento lasciandoli poi andare. I protagonisti di questa esperienza, testimoni della guerra in corso, riprendono la corsa attraverso gli altri posti di blocco. Una donna in divisa li ferma di nuovo, avendo un colloquio con l’operatore della troupe. In effetti, si sono accorti di essere giunti nei pressi di una zona di guerra preclusa anche alla stampa. In questo caso, però, l’inviato e i suoi collaboratori passo lo stesso, perché proprio l’operatore informa la donna che sono stati inviati dagli stessi militari per filmare un tunnel scoperto di recente, la cui imboccatura si trova oltre i cordoni di sicurezza, subito fuori della linea di confine. Nei pensieri del giornalista, intanto, riecheggia l’atmosfera di qualche attimo prima, sorridente e distesa di soldati in sosta ad un’area di servizio, mentre sono in compagnai delle loro famiglie…

È davvero arduo pensare quanto l’intera società potrà mai essere grata a giornalisti come il bolognese Gian Stefano Spoto (classe 1952 e già capo della cronaca del Tg2, e corrispondente dal 2014 RAI dal Medio Oriente), per come raccontano fette di mondo ancora non ben conosciute. Il motivo di ciò è anche in questo suo reportage di guerra, con una passionale prefazione del collega giornalista Franco di Mare, nella fascia dei territori occupati, teatro dello scontro fra israeliani e palestinesi. Il titolo suggerisce un’affascinante ambivalenza semantica: Mediorientati indica appunto il fatto che delle persone siano esistenzialmente “orientati” in un certo modo, ma ci piace anche pensare che si possa leggere come Mediorièntati, cioè come imperativo alla seconda persona singolare che invita tutti noi ad “orientarsi” su quegli stessi problemi. Al posto della penna Spoto dimostra di possedere una vera macchina da presa, scaraventando così il lettore quasi nella dimensione tattile e olfattiva della guerra, azzardando il tentativo (forse impossibile) dei fatti che si raccontano da sé, ma senza rinunciare alla tacita valutazione dell’assurdità ineliminabile della guerra. Si spiegano così i titoli dei capitoli del libro, grondanti d’ironia amara (vedi ad esempio “Razzi diplomatici”), che nella loro paradossalità introducono bene le tinte fosche dei fatti narrati. Foto sbalorditive, la storia fra Aseel e Abed (che sembrano la versione palestinese a lieto fine di Romeo e Giulietta), e i tre brevi icastici episodi finali, sono le altre gemme malinconiche di queste pagine ammutolenti.



 

 

 

 
 
 
 

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