Medusa

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Al bagno Verdone – si chiama così per il colore degli ombrelloni – li considerano clienti perfetti: pagano in anticipo, pranzano sempre al ristorante, non protestano mai “per un lettino in più o se la domenica non si spicciano a portare i calamari”. Una famiglia benestante del nord, padre (anzi, Putapadre) madre e un ragazzo di venticinque anni. La maggior parte dei suoi coetanei ormai va in vacanza a Riccione o Formentera, “mete più scoperecce“, altri come lui continuano imperterriti a passare le giornate nella zona giochi del bar tra ping pong e calcio-balilla, studiati con attenzione da nugoli di sedicenni ciarliere. Tra queste l’unica degna di nota per lui è la cugina Elena, culo parlante e poche conformiste parole. Lui è un mago a ping pong, è “famoso tra i ragazzini”, che godono a perdere con lui “come a farsi impallinare da Federer”. Soprattutto gioca infinite partite con un ragazzino ritardato o con una bambina sdentata che gli fa le boccacce (“la morte”, la chiama lui), finché “Ora di pranzo!” tuonano le madri in pareo. Visto dal di fuori è un bamboccione qualunque, un fannullone senza arte né pare, ma in realtà il ragazzo è “nel ramo del commercio con gli alieni”. Diversi anni prima ha visto un uovo metallico davanti a una montagna e ha incontrato uno dei suoi passeggeri, “un essere azzurro alto due metri e mezzo con arti cilindrici e un cranio enorme senza occhi né naso né bocca”, Da allora “vende” emozioni agli extraterrestri in cambio di linguaggio, idee, “quisquiglianze”. L’altro incontro che gli ha cambiato la vita è quello con il professor Scardanelli, un bohémien con gli occhi azzurri e i capelli legati in una coda che alle medie non dava compiti, metteva “ottimo” in pagella a tutti e durante le lezioni parlava per ore del mondo, della vita, dei libri, del linguaggio, degli alieni. Travolto da un’accusa di molestie sessuali, era sparito. Ma il ragazzo anni dopo l’ha ritrovato, passava le giornate su una panchina a mezzo chilometro da casa sua. Da quel momento si sono visti sempre più spesso, ore e ore a bere birra e parlare a voce altissima di cose incomprensibili: via via ha preso forma un libro, un Dizionario Semiologico Abissale al quale il ragazzo lavora giorno e notte…

È una agrodolce malinconia il sapore dominante dell’esordio ultrapop del bolzanino Luca Bernardi, un Aldo Nove reloaded che contamina quello che sembrerebbe l’ennesimo ritratto di una generazione enigmatica e lunare con una sottotrama surreale, “schizzata”, in cui hanno diritto di cittadinanza persino dei goffi alieni e argute digressioni metalinguistiche sono affiancate a un immaginario erotico da Snapchat. Il tutto mediato da un linguaggio urticante, innovativo, fresco come le vigorsol che il protagonista sgranocchia e offre ai suoi interlocutori – terrestri e non, bimbominkia e non – senza soluzione di continuità. Medusa è a suo modo un bildungsroman, peraltro non privo di coloriture sociali, ma certo a colpire il lettore è altro, a partire dalla copertina fluo: la “logomachia” (la definizione è dello stesso Bernardi) a cui l’autore ci invita con sfrontatezza è una sfida irta di sperimentalismi e anche – per essere onesti fino in fondo – di troppi giovanilismi, ma è senza dubbio una sfida che vale la pena accettare.



 

 

 
 
 
 

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